Analisi del testo: "Nella piazza di San Petronio" Carducci | fareLetteratura

Analisi del testo: "Nella piazza di San Petronio" di Giosuè Carducci

Scheda sintetica dell'opera
  • Autore Giosuè Carducci
  • Titolo dell'Opera Odi barbare
  • Prima edizione dell'opera 1877 (la poesia è datata 6-7 febbraio 1877)
  • Genere Poesia lirica
  • Forma metrica Distici elegiaci

Analisi del testo: “Nella piazza di San Petronio” di Giosuè Carducci

Analisi del testo: "Nella piazza di San Petronio" di Giosuè Carducci


Testo dell'opera

1. Surge nel chiaro inverno la fósca turrita Bologna,
2. e il colle sopra bianco di neve ride.

3. È l’ora soave che il sol morituro saluta
4. le torri e ’l tempio, divo Petronio, tuo;

5. le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe,
6. e del solenne tempio la solitaria cima.

7. Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;
8. e l’aër come velo d’argento giace

9. su ’l fòro, lieve sfumando a torno le moli
10. che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.

11. Su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando
12. con un sorriso languido di vïola,

13. che ne la bigia pietra nel fósco vermiglio mattone
14. par che risvegli l’anima de i secoli,

15. e un desio mesto pe ’l rigido aëre sveglia
16. di rossi maggi, di calde aulenti sere,

17. quando le donne gentili danzavano in piazza
18. e co’ i re vinti i consoli tornavano.

19. Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
20. un desiderio vano de la bellezza antica.

Parafrasi affiancata

1. Nella luminosità della stagione invernale, spicca la cupa Bologna, caratterizzata dalle torri
2. e il colle che la sovrasta sembra quasi che rida, bianco grazie alla neve.

3. È il momento piacevole in cui il sole che sta per tramontare lascia
4. le torri e la chiesa a te dedicata, san Petronio;

5. quelle torri, i cui merli sono carichi di tanti secoli di storia,
6. e il culmine solitario della chiesa maestosa.

7. Il cielo risplende nel suo freddo splendore simile a quello di un diamante
8. e l’aria lascia come un velo color argento

9. sulla piazza, sfumando leggermente il colore degli edifici intorno,
10. che, scuri, ha costruito la mano armata di scudo degli antenati.

11. Il sole si posa sulle alte cime, in modo tale che sembra guardare
12. con un sorriso tenero come una viola,

13. il quale nella scura pietra nel mattone rosso cupo
14. sembra risvegliare l’anima dei secoli passati,

15. e attraverso l’aria gelida, risveglia una triste nostalgia
16. di cieli rossi (tramonti) di maggio, di sere calde e profumate,

17. in cui le donne nobili ballavano in piazza
18. e i capi del Comune tornavano dalla battaglia con i re sconfitti.

19. Ugualmente la musa ispiratrice sorride sfuggente ai versi del poeta in cui emerge faticosamente
20. un desiderio, ormai inutile, dell’antica bellezza (di quei bei tempi, ormai irrimediabilmente trascorsi).

Parafrasi discorsiva

Nella luminosità della stagione invernale, spicca la cupa Bologna, caratterizzata dalle torri e il colle che la sovrasta sembra quasi che rida, bianco grazie alla neve.
È il momento piacevole in cui il sole che sta per tramontare lascia le torri e la chiesa a te dedicata, san Petronio; quelle torri, i cui merli sono carichi di tanti secoli di storia, e il culmine solitario della chiesa maestosa.
Il cielo risplende nel suo freddo splendore simile a quello di un diamante e l’aria lascia come un velo color argento sulla piazza, sfumando leggermente il colore degli edifici intorno, che, scuri, ha costruito la mano armata di scudo degli antenati. Il sole si posa sulle alte cime, in modo tale che sembra guardare con un sorriso tenero come una viola, il quale nella scura pietra nel mattone rosso cupo sembra risvegliare l’anima dei secoli passati e, attraverso l’aria gelida, risveglia una triste nostalgia di cieli rossi (tramonti) di maggio, di sere calde e profumate, in cui le donne nobili ballavano in piazza e i capi del Comune tornavano dalla battaglia con i re sconfitti.
Ugualmente la musa ispiratrice sorride sfuggente ai versi del poeta in cui emerge faticosamente un desiderio, ormai inutile, dell’antica bellezza (di quei bei tempi, ormai irrimediabilmente trascorsi).

Figure retoriche

  • Enjambements vv. 3-4: “saluta / le torri”; vv. 15-16: “sveglia / di rossi maggi”; vv. 19-20: “trema / un desiderio”;
  • Apostrofe v. 4: “divo Petronio”;
  • Similitudini v. 8: “come velo d’argento”;
  • Ossimoro v. 1: “chiaro inverno”;
  • Personificazioni v. 2: “il colle […] ride”; v. 3: “il sol morituro saluta”; v. 5: “ala di secolo”; vv. 11-12: “s’indugia il sole guardando / con un sorriso languido di vïola”; v. 14: “anima dei secoli”; v. 19: “la musa ride”;
  • Sineddoche v. 10: “braccio clipeato”;
  • Antitesi vv. 1-2: “chiaro-fosca-bianco”; vv. 7,10: “fulgore adamantino/ cupe”;
  • Anastrofi v. 6: “del solenne tempio la solitaria cima”; vv. 15-16: “un desio mesto pe ‘l rigido aëre sveglia/ di rossi maggi”;
  • Metafore v. 5: “ala di secolo”; v. 12: “con un sorriso languido di vïola”; v. 14: “anima dei secoli”;
  • Allitterazioni della “r”: vv. 1-4: “Surge nel chiaro inverno la fósca turrita Bologna,/ e il colle sopra bianco di neve ride./ È l’ora soave che il sol morituro saluta/ le torri e ’l tempio, divo Petronio, tuo”; della “t”: vv. 3-6 “È l’ora soave che il sol morituro saluta/ le torri e ’l tempio, divo Petronio, tuo;/ le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe,/ e del solenne tempio la solitaria cima.”; della “s”: v. 3: “È l’ora soave che il sol morituro saluta”; della “l”: vv. 5-6: “le torri i cui merli tant’ala di secollambe,/ e del solenne tempio la solitaria cima.”

Commento

Nelle Odi barbare Carducci tenta un’operazione metrica abbastanza complessa: infatti, applica la metrica quantitativa antica al tipico verso italiano che si basa su un sistema metrico accentuativo (quindi è “barbaro”, da qui il titolo della raccolta). Qui, come nelle altre raccolte, Carducci alterna diverse tematiche: rievocazioni storiche, spunti autobiografici, rifugio nel passato idealizzato come un paradiso perduto.

Secondo una struttura tipicamente carducciana, anche nel componimento Nella piazza di San Petronio, che rappresenta innanzitutto un omaggio alla città di Bologna, in cui visse a lungo, dalla descrizione di un paesaggio presente, prende l’avvio, fin dai primi versi, la rievocazione fantastica di un mondo passato, che dà vita ad una contrapposizione presente (caratterizzato negativamente) – passato (caratterizzato positivamente e rievocato con struggente malinconia). Il presente è rappresentato da un nitido e freddo paesaggio invernale e da una costante idea di ombra, il passato dal calore, dalla luce e dai profumi di maggio, che ispirano una struggente vitalità e in tutte le strofe sono sapientemente mescolati elementi naturali ed elementi architettonici.

Nell’evocazione della scena passata, inoltre, si inseriscono anche elementi umani, che giustificano la forte nostalgia del poeta per quei tempi caratterizzati da vitalità ed eroismo: le “donne gentili” di stilnovistica memoria e i consoli che tornano in città vincitori. Quest’ultima scena si riferisce ad una battaglia reale, la Battaglia della Fossa del 1249, quando i Bolognesi imprigionarono il re Enzo, figlio dell’imperatore Federico II. L’osservazione della piazza e della chiesa di San Petronio fanno volare la fantasia del poeta che si proietta nel Medioevo, che sembra riprendere vita nella sua frugale semplicità. È un passato idealizzato e caratterizzato da vitalità, luce e bellezza: il poeta lo guarda con grande nostalgia, perché si tratta di tempi perduti per sempre, di un paradiso che non potrà mai più rivivere, in quanto l’età contemporanea manca totalmente di eroismo e ha irrimediabilmente dimenticato le sue gloriose origini. Emerge in tutto il componimento il contrasto tra la luminosità del paesaggio invernale e il colore rosso cupo degli edifici della piazza di San Petronio.

Anche l’innalzamento del livello lessicale con frequenti parole auliche e latineggianti (surge, morituro, divo, adamantino, aer, etc) corrisponde alla volontà di evasione esotica e commossa in un passato mitico. La sintassi della poesia Nella piazza di San Petronio è complessa, anche grazie alla lunghezza del verso e tende sovente a ricalcare la struttura tipica del periodo latino, con il verbo posto alla fine.

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