Analisi del testo: "Ed è subito sera" di Quasimodo | fareLetteratura

Analisi del testo: "Ed è subito sera" di Salvatore Quasimodo

Scheda sintetica dell'opera
  • Autore Salvatore Quasimodo
  • Titolo dell'Opera Acque e Terre
  • Data 1930 - 1936 (il testo è stato pubblicato nella prima raccolta di Quasimodo, Acque e Terre, come parte finale della poesia Solitudini, è stato poi riassestato come testo autonomo nel 1936 ed è confluito nel 1942 in Ed è subito sera, opera che contiene tutte le raccolte precedenti con l'aggiunta delle Nuove Poesie).
  • Genere Poesia lirica
  • Forma metrica Un'unica strofa di tre versi, dei quali: un doppio senario, un novenario e un settenario.

Analisi del testo e Parafrasi: “Ed è subito sera” di Salvatore Quasimodo

Analisi del testo: "Ed è subito sera" di Salvatore Quasimodo

Ed è subito sera è la più celebre poesia composta da Salvatore Quasimodo ed è stata pubblicata per la prima volta nel 1930 all’interno della raccolta Acque e Terre, come parte finale di un testo più lungo. La poesia così come la conosciamo oggi è poi confluita nella raccolta omonima del 1942 Ed è subito sera. Nell’analisi del testo di Ed è subito sera presentata di seguito, oltre a sviluppare la parafrasi e riconoscere le figure retoriche, all’interno del commento vengono analizzate le tematiche, i significati, lo stile e la lingua di questa poesia, la cui tematica principale è la dolorosa condizione umana, segnata dalla solitudine e da un inevitabile destino di morte.

Testo dell'opera

1. Ognuno sta solo sul cuor della terra
2. trafitto da un raggio di sole
3. ed è subito sera.

Parafrasi affiancata

1. Ogni essere umano vive in solitudine (illudendosi di essere) al centro del suo mondo
2. colpito dalla luce del sole (fonte di gioia e dolore),
3. poi all’improvviso cala la sera (giunge la morte).

Parafrasi discorsiva

Ogni essere umano vive in solitudine, illudendosi di essere al centro del suo mondo, ed è colpito dalla luce del sole, fonte di gioia e dolore nel contempo. Poi all’improvviso cala la sera, ovvero giunge inesorabile la morte.

Figure Retoriche

  • Allitterazioni v.1: “Ognuno sta solo sul cuor della terra”; v.3: “ed è subito sera”;
  • Enjambements vv. 1-2;
  • Assonanze vv. 1-3: “terra”/”sera”;
  • Paronomasia vv. 1-2: “solo”/”sole”;
  • Antitesi vv.1-2: “terra”/”sole”; vv. 2-3: “sole”/”sera”;
  • Sineddoche v. 2: “un raggio di sole” indica la luce solare in generale (la parte per il tutto), fonte per l’uomo della vita e della conseguente illusione di felicità, ma anche origine della “ferita” e della rapida disillusione dopo il suo tramonto;
  • Sinestesia v. 2: “trafitto da un raggio di sole” (integrazione di sfera tattile e sfera visiva);
  • Metafore/Analogie v. 1: “cuor della terra”= indica il centro del mondo esteriore e interiore di ciascun uomo, ma esprime al tempo stesso un senso di profondo radicamento all’esistenza¹ ; v. 2: “un raggio di sole” indica il ciclo dell’esistenza attraverso la luce solare che colpisce e tramonta (cfr. supra); v. 3: “ed è subito sera”= l’arrivo della sera simboleggia la brevità della vita umana, la fugacità del tempo e il sopraggiungere improvviso della morte.

¹ Si ricordino i versi ungarettiani: “Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita” (G.Ungaretti, Il Porto sepolto, 1916). In Ungaretti la tematica del radicamento di ciascun uomo alla propria esistenza viene affrontata in un contesto tragico come quello della guerra in trincea.

Commento

Ed è subito sera è un testo poetico di Salvatore Quasimodo, apparso per la prima volta nella raccolta Acque e Terre, del 1930, come parte finale della lirica Solitudini, sedicesimo testo dell’opera. L’autore ha in seguito scelto di isolare questi tre versi di straordinaria potenza e di farne una lirica a sé stante, databile intorno al 1936 e confluita nel 1942 nell’omonima raccolta Ed è subito sera, opera che contiene tutte le raccolte precedenti di Quasimodo con l’aggiunta delle Nuove Poesie.

La peculiarità di questa poesia consiste nella capacità dimostrata da Quasimodo di condensare in soli tre versi una profonda riflessione sulla condizione umana, abbracciata nella sua totalità. Il testo, tanto breve nella forma quanto efficace da un punto di vista comunicativo, è passato alla storia come uno dei testi-simbolo dell’ermetismo: per i poeti ermetici (Ungaretti in parte, ma soprattutto poeti dell’area fiorentina e meridionale come Luzi, Gatto, Bigongiari, etc.) la scelta di una parola poetica estremamente laconica (=essenziale) ed enigmatica si rivela infatti indispensabile per dare voce al tormento degli uomini durante il ventennio fascista, periodo durante il quale non era possibile menzionare esplicitamente i fatti storici e politici in letteratura. La poesia ermetica è pertanto caratterizzata da uno stile tragico e solenne e da un linguaggio “puro”, astratto, distante dalla concretezza degli eventi quotidiani: esso è testimonianza di un desiderio di assoluto, di un vano tentativo di elevarsi al di sopra dell’umanità e del suo triste destino. Proprio la tragica sorte dell’uomo rappresenta la tematica portante di Ed è subito sera, che, da un punto di vista dell’interpretazione letterale, sembra descrivere con estrema fugacità il momento del tramonto, che diviene per il poeta occasione di introspezione e riflessione sulla vita umana nella sua complessità.

Il primo verso si apre con un pronome indefinito (“Ognuno”) che è anche un soggetto collettivo: l’io lirico del poeta riconosce in se stesso una condizione di radicale solitudine che lo induce a identificarsi con tutta l’umanità, perdendo la propria fisionomia di individuo definito in un dato momento storico. Il tema della solitudine insita in ogni uomo viene introdotto mediante un’allitterazione (“sta solo”) che, nella sua concisione, conferisce all’enunciato un tono particolarmente perentorio: il primo verso può quindi essere considerato apodittico, ovvero enuncia una verità indiscutibile, della quale si può soltanto prendere atto.

La metafora analogica “cuor della terra”, con lessema tronco e allitterazione della r, approfondisce l’idea quasimodiana di solitudine attribuendole un duplice valore: da un lato, l’uomo in quanto specie è solo poiché si illude di essere al centro del pianeta (antropocentrismo), salvo poi rendersi conto di essere soltanto un’infinitesima parte dell’universo sconfinato, gettato nel mondo fra miliardi di altre specie viventi; dall’altro, l’uomo in quanto individuo è solo con se stesso e con i suoi simili perché, nonostante la possibilità di avvicinarsi all’altro attraverso il potere dei sentimenti, sarà sempre costretto a restare se stesso, a sentirsi isolato nel flusso inarrestabile dei propri pensieri. Il lessema “cuore” con tutte le sue varianti è inoltre un vocabolo molto frequente nelle prime opere di Quasimodo e nella poesia ermetica in generale, che fa largo uso del lessico dei sentimenti e degli affetti (frequente nella storia della letteratura italiana sin dalle origini: si ricordino la scuola siciliana, lo stilnovismo, il Dante della Vita Nova e l’ulteriore ampliamento del lessico dell’introspezione ad opera di Petrarca).

Il secondo verso introduce un’altra metafora con procedimento analogico, che è al tempo stesso una sinestesia: il “raggio di sole” che “trafigge” ogni uomo indica la potenza vitale della luce solare, che illumina la parabola dell’esistenza umana con una gioia improvvisa, ma d’altro canto la ferisce a causa della sua stessa fugacità. L’utilizzo del verbo “trafiggere” allude infatti a questa ambivalenza: la luce rischiara e brucia, così come tutte le passioni umane possono ad un tempo allietare i nostri giorni e rivelarsi tragicamente effimere, consumandosi in un istante. Non è un caso che la struttura dell’intero componimento si regga su una serie di rimandi antitetici e ossimorici: il “sole” è accostato alla “terra” ma anche, più avanti, alla “sera”. La paronomasia “solo”/”sole”, che potrebbe all’apparenza segnalare un atteggiamento titanico da parte del poeta, al contrario rende ancora più violenta la contrapposizione fra la malinconia terrena dell’uomo e l’imperturbabilità degli astri in cielo, ricordando piuttosto il pessimismo cosmico del Leopardi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia o del Dialogo della Natura e di un Islandese.

Con il terzo e ultimo verso, che dà il titolo al componimento e all’intera raccolta di Quasimodo del ’42, irrompe in modo evidente nella poesia la tematica della brevità della vita, della fugacità del tempo e dell’irreparabile finitezza della vita umana, che sempre si conclude con un epilogo di morte. Il componimento presenta un andamento discendente e infatti proprio l’ultimo verso risulta essere il più denso e concentrato in assoluto, costituendo un vero e proprio fulmen in clausola (=chiusa ad effetto, particolarmente evocativa). La congiunzione “Ed” e l’avverbio “subito” indicano l’estrema precarietà dell’esistenza, rapidamente spezzata dall’improvviso sopraggiungere della “sera”, terza metafora del testo, che indica le tenebre della morte, la fine assoluta alla quale tutti andremo necessariamente incontro.

Sebbene i versi di questa poesia siano stati composti prima del 1930, la lingua e lo stile risultano pienamente in linea con le istanze poetiche dell’ermetismo: il lessico, pur nella sua semplicità, è fortemente astratto, indefinito, privo di legami con un fatto concreto ma inerente piuttosto a uno stato d’animo; da un punto di vista sintattico, il testo è costituito da un unico periodo con struttura paratattica che comprende i tre versi; la lingua relativamente ordinaria convive con un largo e sapiente utilizzo di figure retoriche, che conferiscono alla poesia un’aura di tragicità e solennità. Proprio la scelta di uno stile “alto” e sublime permette al poeta di descrivere la propria malinconia come una condizione oggettiva, nella quale ciascun uomo può riconoscersi.

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