Analisi del testo: "Amore, gioventù, liete parole" di Penna | fareLetteratura

Analisi del testo: "Amore, gioventù, liete parole" di Sandro Penna

Scheda sintetica dell'opera
  • Autore Sandro Penna
  • Titolo dell'Opera Croce e delizia
  • Prima edizione dell'opera 1958
  • Genere Poesia lirica
  • Forma metrica Quartina di endecasillabi a rima incrociata: ABBA.

Analisi del testo e Parafrasi: “Amore, gioventù, liete parole” di Sandro Penna

Analisi del testo: "Amore, gioventù, liete parole" di Sandro Penna

Testo dell'opera

1. Amore, gioventù, liete parole,
2. cosa splende su voi e vi dissecca?
3. Resta un odore come merda secca
4. lungo le siepi cariche di sole.

Parafrasi affiancata

1. Amore e gioventù: parole allegre,
2. cos’è la luce che insieme splende su di voi e vi decompone?
3. Di voi rimane un odore come acre di sterco
4. per tutte le siepi riempite dalla luce del sole.

Parafrasi discorsiva

Amore, gioventù: parole allegre, cos’è la luce che insieme splende su di voi e vi decompone? Nelle siepi riempite dalla luce del sole rimane un odore acre che ricorda lo sterco secco.

Figure Retoriche

  • Apostrofe v. 1: “Amore, gioventù, liete parole”;
  • Allitterazione vv. 2-4: della “s” e della “e”: “cosa splende su voi e vi dissecca?/ Resta un odore come merda secca/ lungo le siepi cariche di sole”;
  • Reticenza v. 2: “Cosa splende... e vi dissecca?”;
  • Figura etimologica vv. 2-3: “dissecca / secca”, con poliptoto per cambiamento categoria grammaticale (da verbo a aggettivo);
  • Ipotiposi v. 3: “Resta un odore come merda secca”;
  • Similitudine v. 3: “come merda”.

Commento

Amore, gioventù, liete parole fa parte di una raccolta di quartine rimate scritte da Sandro Penna dal 1927 al 1957, Croce e delizia, nella quale la forma armonica e orecchiabile della quartina viene usata per accompagnare i temi più problematici che affliggevano all’epoca la vita del poeta. Il risultato è una sospensione della loro problematicità in una dimensione metafisica, grazie alla “delizia” della perfezione poetica. Sandro Penna infatti è un poeta “controcorrente” per la sua epoca di avanguardie: recupera il tono classico della poesia canonica, sebbene finisca per spezzarne all’improvviso il carattere sereno, calmo e mite. Non si tratta dunque di idilli, ma di sofferte risposte alla vita contemporanea convulsa e isterica, in modalità molto ravvicinabili a quelle che compivano negli stessi anni ’50 anche Pasolini, Roversi, Leonetti con la loro rivista Officina. Si tratta anche di una dura risposta al carattere intricato della poesia ermetica¹, fatta per pochi, stesso rifiuto dell’ermetismo già affermato da Montale, Saba, Govoni, Ungaretti e altri poeti che per tale atteggiamento sono annoverati tra i “classici” della poesia italiana del Novecento.

La poetica in Amore, gioventù, liete parole, infatti, non trasgredisce molto il linguaggio comune: molto semplice e scarna dal punto di vista retorico, essa consiste in una riflessione intorno alle due “liete parole” che sono “amore e gioventù”. Il poeta finge di dialogare con queste due parole, rivolgendo loro domande alle quali non può aver risposta, come un lamento per il consumarsi e degradarsi dei significati che esse veicolano. La fine della gioventù, delle gioie della vita e dell’amore lasciano sgomento il poeta, che alle loro manifestazioni si affeziona e lega i suoi affetti. Ciò rende questo dialogo immaginario una vera e propria confessione intima, privata, che può aver luogo soltanto all’interno della calma serena donata dall’esercizio della Poesia, con le sue regole metriche, e non in forme arbitrarie e occasionali come quelle futuriste ed ermetiche. L’armonia poetica rende possibile la riflessione sulla morte, ovvero sulla fine alla quale sono destinati l’amore e la gioventù, e con essi, ogni altra possibile parola “lieta”. 

Penna adotta le forme classiche dell’endecasillabo e della quartina a rima incrociata della tradizione italiana. Ma, scontrandosi con il terribile destino che attende le gioie della vita, anche le forme poetiche tradizionali subiscono scossoni che interrompono la loro monotona armonia: questo è evidente nel v. 3, non solo per la stridente irruzione del turpiloquio e del linguaggio basso-popolare ("merda secca"), ma anche per l’interruzione del ritmo dei versi precedenti: mentre i vv. 1-2 sono infatti endecasillabi “a maiore”², il terzo, e il successivo quarto, sono “a minore” e spezzano di fatto il ritmo iniziale. Questa sottile differenza che intercorre tra i primi e gli ultimi due versi non è casuale: infatti la sua presenza è qui funzionale a sottolineare lo scarto tra “amore, gioventù” e la loro degenerazione in “merda secca”, e l’opposizione tra l’azione salvifica e quella dannosa del sole. L’analisi metrica è qui determinante nell’individuazione e distribuzione dei significati principali.

La fine dell’amore, della giovinezza e di tutto ciò che è lieto è come bruciato e disseccato da qualcosa che splende su loro, come il sole sui prati decompone ciò che è “fresco”. È la fine delle illusioni leopardiane, rievocate anche dalla parola “siepi” (v. 4) come la “cara siepe” dell’Infinito; o dell’intimità della poetica pascoliana, per la quale è ancora la siepe a simboleggiare l'anello di congiunzione che lega il mondo esterno a quello assolutamente intimo e irrazionale dei desideri. L’ipotiposi della degradazione è espressa anche grazie all’uso della similitudine, molto particolare poiché comporta un procedimento di sinestesia: lo scadere delle “liete parole” (oggetti astratti) è “un odore come merda secca” (più che concreto e realistico!) e si realizza sui luoghi fisici già frequentati dalla poesia italiana: le “siepi”, illuminate (forse, poiché rimane l’interrogazione) dalla stessa fonte di calore che “risplende... e dissecca”. Il sole non è solo ciò che illumina una bella giornata fra le siepi, ma è anche una massa combustibile, che brucia energia con la stessa perentorietà dello scorrere del tempo; e nel poeta rievoca la morte che incombe e attende anche i più amati piaceri della vita.


¹ “Ermetica” è il nome dato ad una poetica italiana del Novecento particolarmente difficile da codificare e interpretare. Il suo laconismo è stato spiegato come opposizione alla politica linguistica magniloquente del regime fascista.
² “A maiore” sono gli endecasillabi con accenti principali (“tonici”) su 6° e 10° sillaba, i più diffusi e ritmicamente armonici della poesia italiana, in questo caso con cesura dopo la 6°. “A minore” quelli con accenti tonici su 4° e 10°, famosi quelli del Pascoli. Qui sono endecasillabi “a minore” i vv. 3-4, con cesura dopo la 5° sillaba.

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