Analisi del testo e Parafrasi: "Abbi pietà di me" Alda Merini | fareLetteratura

Analisi del testo: "Abbi pietà di me" di Alda Merini

Scheda sintetica dell'opera
  • Autore Alda Merini
  • Titolo dell'Opera Le rime petrose
  • Prima edizione dell'opera 1983
  • Genere Poesia lirica
  • Forma metrica Ottava di endecasillabi “boccaccesca”. Rime: ABABABCC

Analisi del testo e Parafrasi: “Abbi pietà di me” di Alda Merini

Analisi del testo: "Abbi pietà di me" di Alda Merini

Testo dell'opera

1. Abbi pietà di me che sto lontana
2. che tremo del tuo futile abbandono,
3. tienimi come terra che pur piana
4. dia nella pace il suo perdono
5. od anche come aperta meridiana
6. che dia suono dell'ora e dia frastuono,
7. abbi pietà di me miseramente
8. poiché ti amo tanto dolcemente.

Parafrasi affiancata

1. Non odiare me perché sono lontana
2. o perché soffro per il tuo abbandono non necessario,
3. pensami come terra che, anche se taciturna,
4. offra in sé pace e perdono
5. o [pensami] anche come meridiana al cielo
6. che suoni al cambiar dell’ora e rallegri
7. sii comprensivo con me, con umiltà
8. perché ti amo tanto teneramente.

Parafrasi discorsiva

Non odiarmi perché sono lontana, perché io soffro per il tuo abbandono non necessario, considerami come terra silenziosa che offra pace perdonando gli uomini, o anche come meridiana al cielo che suoni allo scoccare dell’ora e rallegri, sii comprensivo ed umile con me perché il mio amore per te è tenero.

Figure Retoriche

  • Invocazione v. 1: ”Abbi pietà di me”; v. 3: “tienimi”; v. 7: “abbi pietà di me miseramente”;
  • Anastrofe v. 2: “futile abbandono”; v. 5: “aperta meridiana”;
  • Allitterazione della t, c, p e la m): v. 3: “tienimi come terra che pur piana”; v. 4: “pace... perdono”; v. 6: “dia... dell... dia”; della m: v. 7: “me miseramente”;
  • Similitudine v. 3: “come terra”; v. 5: “come aperta meridiana”;
  • Zeugma vv. 3-4-5: il verbo “tienimi” (v. 3) regge sia “come terra che... / dia nella pace...” (vv. 3-4) sia “come aperta meridiana”;
  • Polisindeto v. 5: “od anche...”; v. 6: “...e dia...”;
  • Anafora vv. 1-7: “Abbi pietà di me”.

Commento

Abbi pietà di me è una delle più famose poesie scritte da Alda Merini. Questo testo appartiene alla raccolta Le rime petrose (1983) periodo di svolta nella tormentata vita della poetessa milanese. Infatti, pochi anni dopo aver abbandonato il terrificante manicomio e averne denunciato le più tristi nefandezze da parte dei medici nei confronti dei pazienti, all’interno di libri e poesie, nell’83 viene a mancare l’amato marito Ettore Carniti, che l’aiutò a sopravvivere al manicomio, come lei stessa affermò, grazie all’affetto che riusciva a donarle durante le visite; nello stesso anno Alda si trasferì a Taranto insieme a un nuovo marito. Il titolo della raccolta allude alle quattro composizioni non stilnoviste di Dante Alighieri, nelle quali attraverso suoni sgradevoli e poco musicali viene decantato l’amore non corrisposto del poeta nei confronti di una donna dal cuore di pietra e dai modi bruschi e aridi.

In questa raccolta di Alda Merini è il suo amore verso la Vita e il mondo intero a non essere corrisposto: innumerevoli disgrazie hanno continuamente devastato la fragile psiche della poetessa. Quella che, nell’omonimo gruppo di poesie di Dante, era l’arida Donna Petra, qui diventa dunque la Natura, amata ed invocata, ma terribile e malvagia. Mentre la poetessa arde di amore e ideali, la Natura continua a deluderla.

La figura retorica dell’invocazione in apertura, attraverso la quale l’Io rivolge al “tu” la richiesta di aver pietà, rimanda e collega questa poesia alle invocazioni religiose, alle preghiere cristiane, nelle quali “abbi pietà di me” compare come formula liturgica. Analoga alla ripetitività delle preghiere cristiane, è l’anafora, che ripete l’invocazione del v. 1 al v. 7, e apre il distico finale che conclude metricamente e semanticamente l’ottava, formando complessivamente una strofa dalla struttura chiusa. La poetessa si è sempre dichiarata religiosa, ma non una credente cristiana: credeva piuttosto in una divinità materiale malvagia e simile a quella dei Canti e delle Operette Morali di Giacomo Leopardi, poiché la sua opera è tutta tesa al male degli uomini e alla delusione dei loro desideri.

Abbi pietà di me è interpretabile in due modi: sia come messaggio inviato al marito da poco morto, sia come preghiera rivolta alla divinità. Nel primo caso, la si può leggere come sorta di addio al marito, che non avrebbe voluto abbandonare, e che ama “tanto dolcemente”, al quale chiede: “tienimi come terra... piana” e “come aperta meridiana”, come qualcosa di terreno e orizzontale come lo spazio, e insieme di immateriale e verticale come il tempo (segnato dalla meridiana): chiede cioè di essere considerata come un oggetto, o come una regione dello spazio, in un certo tempo, che è stato condiviso da entrambi ma è terminato. Ciò significa una richiesta di essere ricordata nella sua interezza, e nelle irrimediabili contraddizioni della sua personalità, che la inducono anche a chiedere e dare il perdono al marito, per il loro reciproco abbandono. Nel caso in cui si legga la poesia come preghiera al “Tu assoluto” che è Dio, essa esprime il desiderio di serenità, coerenza e pace eterna, sempre negate nelle esperienze di vita della poetessa. L’ambizione espressa è quella di guarire dai disturbi mentali, generati dalle piaghe sociali che affliggevano il suo tempo. La causa dei suoi mali possono infatti essere individuati nei bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, nella povertà e nei maltrattamenti subiti dalle classi povere, nella violenza con cui venivano trattate le donne, nell’assenza di umanità e amore proprio da parte delle istituzioni che dovrebbero garantirla.

Il tono del discorso è chiaro e lineare. L’unica figura retorica di soppressione qui usata è lo zeugma, che non ripete il verbo “tienimi” (v. 3) per mettere sullo stesso piano le due similitudini (che esprimono il “come” la poetessa debba essere “tenuta”). La linearità è però scossa da un effetto straniante fornito dalle similitudini, che vorrebbero la persona della poetessa simile a “terra” e “meridiana”, capaci di perdono e fonti di gioia e “frastuono” (v. 6); ma ritorna nel distico a rima baciata finale dalla spiccata ispirazione sentimentale. L’amore eterno che lì viene dichiarato, come un giuramento di fede cristiana, vale come prova dell’innocenza dell’anima della poetessa, invasa da continui demoni e tormenti, che in cambio, richiede la pietà da parte di colui che l’ha inutilmente abbandonata.

Il “classicismo” di Alda Merini si manifesta in maniera moderata, attraverso poche figure retoriche in un discorso lineare ma acceso da slanci mistici e stranianti, che rimanda alle formule del linguaggio religioso. Il ritmo regolare ed il metro classico dell’ottava infine, ripropongono l’armonia e la musicalità tipiche della poesia antica in un’epoca (il secondo Novecento) dominata dalle correnti anti-classiciste delle avanguardie poetiche ed artistiche.

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