Analisi del testo: "Perch'i' no spero di tornar giammai" Cavalcanti | fareLetteratura

Analisi del testo: "Perch'i' no spero di tornar giammai" di Guido Cavalcanti

Scheda sintetica dell'opera
  • Autore Guido Cavalcanti
  • Titolo dell'Opera Rime
  • Data Fine del XIII sec. o inizi XIV sec.
  • Genere Poesia lirica
  • Forma metrica Ballata stravagante di quattro strofe e una ripresa. Le strofe sono costituite da fronte (ABAB) e sirma (Bccddx)

Analisi del testo: “Perch’i’ no spero di tornar giammai” di Guido Cavalcanti

Analisi del testo: "Perch'i' no spero di tornar giammai" di Guido Cavalcanti

Testo dell'opera

1. Perch’i’ no spero di tornar giammai,
2. ballatetta, in Toscana,
3. va’ tu, leggera e piana,
4. dritt’ a la donna mia,
5. che per sua cortesia
6. ti farà molto onore.

7. Tu porterai novelle di sospiri
8. piene di dogli’ e di molta paura;
9. ma guarda che persona non ti miri
10. che sia nemica di gentil natura:
11. ché certo per la mia disaventura
12. tu saresti contesa,
13. tanto da lei ripresa
14. che mi sarebbe angoscia;
15. dopo la morte, poscia,
16. pianto e novel dolore.

17. Tu senti, ballatetta, che la morte
18. mi stringe sì, che vita m’abbandona;
19. e senti come ’l cor si sbatte forte
20. per quel che ciascun spirito ragiona.
21. Tanto è distrutta già la mia persona,
22. ch’i’ non posso soffrire:
23. se tu mi vuoi servire,
24. mena l’anima teco
25. (molto di ciò ti preco)
26. quando uscirà del core.

27. Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate
28. quest’anima che trema raccomando:
29. menala teco, nella sua pietate,
30. a quella bella donna a cu’ ti mando.
31. Deh, ballatetta, dille sospirando,
32. quando le se’ presente:
33. «Questa vostra servente
34. vien per istar con voi,
35. partita da colui
36. che fu servo d’Amore».

37. Tu, voce sbigottita e deboletta
38. ch’esci piangendo de lo cor dolente,
39. coll’anima e con questa ballatetta
40. va’ ragionando della strutta mente.
41. Voi troverete una donna piacente,
42. di sì dolce intelletto
43. che vi sarà diletto
44. starle davanti ognora.
45. Anim’, e tu l’adora
46. sempre, nel su’ valore.

Parafrasi affiancata

1. Poiché io non spero più di riuscire un giorno a tornare
2. in Toscana, piccola ballata
3. vai tu, dolce e chiara,
4. dalla mia donna,
5. che per la sua nobiltà d'animo
6. ti accoglierà degnamente.

7. Tu porterai notizia delle mie sofferenze,
8. piene di dolore e di molta paura;
9. ma bada che non ti vedano persone
10. nemiche della nobiltà interiore;
11. perché certamente, per mia sventura,
12. tu verresti da loro ostacolata
13. e tanto maltrattata
14. che ciò sarebbe per me motivo di angoscia
15. e poi, dopo la morte,
16. causa di pianto e di nuovo dolore.

17. Piccola ballata, tu senti che la morte
18. mi incalza, tanto che la vita ormai mi abbandona;
19. e senti come il cuore batte forte
20. per il discorrere confuso e turbato degli spiriti vitali.
21. Il mio corpo è già così esausto
22. che io non posso più resistere:
23. se vuoi rendermi un servizio,
24. porta l'anima con te
26. quando si separerà dal cuore (ti prego fortemente di ciò).

27. O mia ballata, alla tua amicizia
28. affido la mia anima fragile:
29. portala con te, nella condizione sofferente in cui si trova,
30. a quella bella donna a cui ti invio.
31. Piccola ballata, dille sospirando:
32. quando sei davanti a lei:
33. "quest'anima, vostra devota,
34. viene per stare con voi,
35. separatasi da colui
36. che fu servo d'amore".

37. E tu, mia voce turbata e debole,
38. che esci piangendo dal cuore sofferente,
39. assieme alla mia anima e a questa ballata.
40. vai e parla della mia mente distrutta.
41. Voi troverete una donna bella
42. e di così deliziosa intelligenza,
43. che sarà per voi un piacere
44. stare sempre al suo cospetto.
45. E tu, anima mia, adorala
46. sempre per la sua virtù.

Parafrasi discorsiva

Poiché io non spero più di riuscire un giorno a tornare in Toscana, vai tu, mia piccola ballata, dolce e chiara, dalla mia donna, che per la sua nobiltà d'animo ti accoglierà degnamente.

Tu porterai notizia delle mie sofferenze, piene di dolore e di molta paura; ma bada che non ti vedano persone nemiche della nobiltà interiore; perché certamente, per mia sventura, tu verresti da loro ostacolata e tanto maltrattata che ciò sarebbe per me motivo di angoscia e poi, dopo la morte, causa di pianto e di nuovo dolore.

Piccola ballata, tu senti che la morte mi incalza, tanto che la vita ormai mi abbandona; e senti come il cuore batte forte per il discorrere confuso e turbato degli spiriti vitali. Il mio corpo è già così esausto che io non posso più resistere: se vuoi rendermi un servizio, porta l'anima con te quando si separerà dal cuore (ti prego fortemente di ciò).

O mia ballata, affido alla tua amicizia la mia anima fragile: portala con te, nella condizione sofferente in cui si trova, a quella bella donna a cui ti invio. Piccola ballata, quando sei davanti a lei dille sospirando: "quest'anima, vostra devota, viene per stare con voi, separatasi da colui che fu servo d'amore".

E tu, mia voce turbata e debole, che esci piangendo dal cuore sofferente, vai e parla della mia mente distrutta assieme alla mia anima e a questa ballata. Voi troverete una donna bella e di così deliziosa intelligenza, che sarà per voi un piacere stare sempre al suo cospetto. E tu, anima mia, adorala sempre per la sua virtù.

Figure Retoriche

  • nell'intero testo: personificazione della ballata e apostrofe ad essa
  • Dittologie “leggera e piana” (v. 3); "pianto e novel dolore" (v. 16);
  • Enjambement “la morte / mi stringe" (vv. 17-18); "l'adora / sempre" (vv. 45-46);
  • Parallelismo “la morte / mi stringe [...] vita m'abbandona” (vv. 17-18);
  • Anafore “tu senti... e senti” (vv. 17, 19); deh, ballatetta mia ... deh, ballatetta (vv. 27, 31); "tu porterai ... tu senti... tu, voce" (vv. 7, 17, 37);
  • Anastrofe "a la tu' amistade / quest'anima che trema raccomando" (vv. 26-27);
  • Perifrasi "colui / che fu servo d'Amore" (vv. 35-36);
  • Apostrofe "voce sbigottita e deboletta" (vv. 37); "Anim' (v. 45);

Commento

Guido Cavalcanti è un rappresentante della scuola letteraria due-trecentesca che da un verso della Commedia di Dante (Purg. XXIV, 57) prende il nome di dolce stil novo. Al centro dell'elaborazione poetica stilnovista è l'esperienza d'amore, vissuta come relazione edificante e nobilitante del poeta con una donna portratrice di virtù, una donna-angelo che, trascendendo la natura puramente terrena, si configura come tramite fra l'uomo e Dio.

La ballata Perch'i' no spero di tornar giammai occupa un posto piuttosto singolare e atipico nella poesia cavalcantiana. Peculiarità della produzione di Cavalcanti è infatti l'analisi del sentimento amoroso e delle sue cause, la trasformazione della riflessione stilnovistica sulla natura dell'amore in investigazione tormentosa, in vera e propria indagine scientifica. Questi aspetti, annunciati in maniera compiuta e esemplare nella canzone-manifesto Donna mi prega perch'eo voglia dire, si dissolvono in Perch'i' no spero di tornar giammai in toni smorzati, in tinte tenui.

Sicuramente i motivi tipici della poesia di Cavalcanti non sono del tutto assenti: si intravede un accenno alla nozione filosofica degli spiriti vitali come espressione delle emozioni umane (v. 20), compare il tema stilnovistico della nobiltà d'animo come fondamento dell'esperienza amorosa (vv. 9-10), ci si sofferma insistentemente su immagini rassegnate di angoscia e incombere della morte. Ma in questo componimento essi mancano di incanalarsi in severa riflessione raziocinante, per fermarsi a sfumature nostalgiche e malinconiche, a immagini di impalpabile delicatezza (di "poesia della leggerezza", cioè delle immagini astratte e impalpabili, ha parlato Italo Calvino a proposito di questo testo).

Questa dimensione "romantica" della ballata è evidentemente ciò che ne ha determinato la fortuna nel tempo, assieme all'apparente autobiografismo della vicenda. Cavalcanti fu infatti in esilio in Liguria nell'anno 1300, poco prima della morte, e una lunga tradizione interpretativa ha voluto connettere la composizione di questo testo, detto da ciò "ballata dell'esilio", a quel momento della vita dell'autore. In realtà, secondo quanto accettato attualmente, Perch'io no spero di tornar giammai costituisce nulla più che un esercizio su un tema frequente e importante nella poesia del Duecento: quello dell'amore da lontano, componimenti che si immaginano scritti per l'amata distante e che insistono sulla nostalgia, il ricordo, la speranza del ricongiungimento (secondo una linea che ha il suo capostipite nel poeta provenzale Jaufré Rudel). Siamo dunque in presenza di una situazione letteraria e non di motivo autobiografico.

Sul piano stilistico la ballata si presenta come priva di difficoltà linguistiche, davvero "leggera e piana", come dichiarato al v. 3, dal punto di vista sia lessicale che sintattico. Gli espedienti retorici si iscrivono anch'essi in questo tessuto stilistico disteso e non oltrepassano la levità delle apostrofi a entità astratte personificate – l'anima, la voce e soprattutto la ballata –, di modo che l'interlocutore del poeta finisce per coincidere col componimento stesso.

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