Analisi del testo: “Rosa fresca aulentissima” di Cielo D’Alcamo (vv. 1-80)

Analisi del testo: “Rosa fresca aulentissima” di Cielo D’Alcamo (vv. 1-80)

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Rosa fresca aulentissima
Autore Cielo D’Alcamo
Anno tra il 1230 e il 1250
Forma metrica strofe di cinque versi, rimate secondo lo schema AAA BB. I primi tre versi di ogni strofa sono alessandrini (doppi settenari), gli altri due sono endecasillabi a rima baciata.
Indice

«Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ la state,
le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:
tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia».

«Se di meve trabàgliti, follia lo ti fa fare.
Lo mar potresti arompere, a venti asemenare,
l’abere d’esto secolo tut[t]o quanto asembrare:
avere me non pòteri a esto monno;
avanti li cavelli m’aritonno».

«Se li cavelli artón[n]iti, avanti foss’io morto,
ca’n is[s]i [sí] mi pèrdera lo solacc[i]o e ’l diporto.
Quando ci passo e véjoti, rosa fresca de l’orto,
bono conforto dónimi tut[t]ore:
poniamo che s’ajúnga il nostro amore».

«Che ’l nostro amore ajúngasi, non boglio m’atalenti:
se ci ti trova pàremo cogli altri miei parenti,
guarda non t’ar[i]golgano questi forti cor[r]enti.
Como ti seppe bona la venuta,
consiglio che ti guardi a la partuta».

«Se i tuoi parenti trova[n]mi, e che mi pozzon fare?
Una difensa mèt[t]onci di dumili’ agostari:
non mi toc[c]ara pàdreto per quanto avere ha ’n
[Bari.
Viva lo 'mperadore, graz[i'] a Deo!
Intendi, bella, quel che ti dico eo?»

«Tu me no lasci vivere né sera né maitino.
Donna mi so’ di pèrperi, d’auro massamotino.
Se tanto aver donàssemi quanto ha lo Saladino,
e per ajunta quant’ha lo soldano,
toc[c]are me non pòteri a la mano».

«Molte sono le femine c’hanno dura la testa,
e l’omo con parabole l’adímina e amonesta:
tanto intorno procazzala fin che•ll’ha in sua podesta.
Femina d’omo non si può tenere:
guàrdati, bella, pur de ripentere».

«K’eo ne [pur ri]pentésseme? davanti foss’io aucisa
ca nulla bona femina per me fosse ripresa!
[A]ersera passàstici, cor[r]enno a la distesa.
Aquístati riposa, canzonieri:
le tue parole a me non piac[c]ion gueri».

«Quante sono le schiantora che m’ha’ mise a lo core,
e solo purpenzànnome la dia quanno vo fore!
Femina d’esto secolo tanto non amai ancore
quant’amo teve, rosa invidïata:
ben credo che mi fosti distinata».

«Se distinata fósseti, caderia de l’altezze,
ché male messe fòrano in teve mie bellezze.
Se tut[t]o adiveníssemi, tagliàrami le trezze,
e consore m’arenno a una magione,
avanti che m’artoc[c]hi ’n la persone».

«Se tu consore arènneti, donna col viso cleri,
a lo mostero vènoci e rènnomi confleri:
per tanta prova vencerti fàralo volontieri.
Conteco stao la sera e lo maitino:
Besogn’è ch’io ti tenga al meo dimino».

«Boimè tapina misera, com’ao reo distinato!
Geso Cristo l’altissimo del tut[t]o m’è airato:
concepístimi a abàttare in omo blestiemato.
Cerca la terra ch’este gran[n]e assai,
chiú bella donna di me troverai».

«Cercat’ajo Calabr[ï]a, Toscana e Lombardia,
Puglia, Costantinopoli, Genoa, Pisa e Soria,
Lamagna e Babilonïa [e] tut[t]a Barberia:
donna non [ci] trovai tanto cortese,
per che sovrana di meve te prese».

«Poi tanto trabagliàsti[ti], fac[c]ioti meo pregheri
che tu vadi adomàn[n]imi a mia mare e a mon peri.
Se dare mi ti degnano, menami a lo mosteri,
e sposami davanti da la jente;
e poi farò le tuo comannamente».

«Di ciò che dici, vítama, neiente non ti bale,
ca de le tuo parabole fatto n’ho ponti e scale.
Penne penzasti met[t]ere, sonti cadute l’ale;
e dato t’ajo la bolta sot[t]ana.
Dunque, se po[t]i, tèniti villana».

«En paura non met[t]ermi di nullo manganiello:
istòmi ’n esta grorïa d’esto forte castiello;
prezzo le tuo parabole meno che d’un zitello.
Se tu no levi e va’tine di quaci,
se tu ci fosse morto, ben mi chiaci».




































































































Parafrasi

Rosa fresca profumatissima, che compari verso l’estate, le donne ti desiderano, sia le ragazze, sia quelle sposate: toglimi da questi fuochi, se è nella tua volontà; per colpa tua non ho pace notte e giorno, pensando sempre a voi, o donna mia.

Se ti tormenti per me, te lo provoca la pazzia. Potresti arare il mare, seminare ai venti, accumulare tutti quanti gli averi di questo mondo; non potresti, invece, avere me in questo mondo; prima mi toglierei i capelli (mi farei suora).

Se ti tagliassi i capelli, vorrei prima morire, poiché con essi perderei la gioia e il piacere. Quando passo di qui e ti vedo, rosa fresca dell’orto, mi doni sempre un grande piacere: facciamo in modo che il nostro amore si congiunga.

Non voglio che mi piaccia che il nostro amore si congiunga: se ti trova qui mio padre con gli altri miei parenti, stai attento che non ti raggiungano questi veloci corridori. Come ti sembrò una cosa buona venire qui, ti consiglio di fare attenzione alla partenza.

Se i tuoi parenti mi trovano, che cosa mi possono fare? Vi assegno una multa di duemila augustali: tuo padre non mi toccherebbe per tutti gli averi che possiede la città di Bari. Viva l’imperatore, grazie a Dio! Comprendi, bella, quello che io ti dico?

Tu non mi lasci vivere né alla sera né al mattino. Io sono una donna che possiede monete d’oro, d’oro massamotino. Se mi donassi tanti beni, quanti ne ha il Saladino, e in aggiunta quanti ne ha il Sultano, non potresti toccarmi su una mano.

Sono molte le donne testarde, e l’uomo con le parole le domina e le convince: tanto l’incalza tutto intorno, fino a che non ce l’ha in suo potere. La donna non può fare a meno dell’uomo: stai attenta, bella, di non doverti pentire.

Che io mi dovessi pentire? Possa io piuttosto essere uccisa che qualche buona donna sia rimproverata per causa mia. Tempo fa, sei passato di qui, correndo a gambe levate. Prenditi un po’ di riposo, canterino: le tue parole non mi piacciono per niente.

Quanti sono i dolori che mi hai messo nel cuore, anche solo a pensarci di giorno quando esco! Non ho ancora mai amato tanto una donna di questo mondo, quanto amo te, rosa desiderata: credo proprio che tu mi sia stata destinata.

Se ti fossi stata destinata, cadrei in basso, poiché con te le mie bellezze sarebbero sprecate, mal riposte. Se tutto questo mi succedesse, mi taglierei le trecce, e diventerei consorella in un convento, prima che tu tocchi il mio corpo.

Se tu diventi consorella, donna dal viso luminoso, vengo al convento e mi rendo un confratello: lo farei volentieri, per averla vinta su di te con una prova tanto notevole. Starei con te la sera e la mattina: bisogna che io ti tenga in mio potere.

Ahimè, povera infelice, com’è crudele il mio destino! Gesù Cristo, l’Altissimo è proprio arrabbiato con me: mi ha concepita per incontrare un uomo empio. Cerca in tutta la Terra che è molto grande, troverai una donna più bella di me.

L’ho cercata in Calabria, Toscana e Lombardia, in Puglia, a Costantinopoli, Genova, Pisa e in Siria, in Germania e a Baghdad e in tutto il Nordafrica: qui non ho trovato una donna altrettanto gentile, per cui ti ho assunta come mia signora.

Poiché ti sei tanto tormentato, ti faccio la mia preghiera di andare domani da mia madre e mio padre a chiedermi in sposa. Se degnano di darmi in sposa a te, portami in chiesa e sposami davanti a tutti; e poi obbedirò ai tuoi desideri.

Di ciò che tu dici, vita mia, niente ti serve, perché delle tue parole non ne parlo neanche più. Pensavi di mettere le penne, invece ti sono cadute le ali; e ti ho dato il colpo di grazia. Dunque, se puoi, rimani una contadina.

Non mi incuti timore di nessuna macchina da guerra: me ne sto in questa gloria di questo imponente castello; considero le tue storie meno di quelle di un bambino.

Se tu non ti levi di torno e te ne vai di qui, anche se tu giaci morto, ciò mi piace molto.




Figure retoriche

  • Cablas capfinidas: ripresa, in apertura di strofa, di elementi che chiudono la strofa precedente (m’arritonno, v. 10 – aritonniti, v. 11; che s’ajunga il nostro amore, v. 15 – ke ‘l nostro amore ajungasi, v. 16; pur de repentere, v. 35 – pur repentesseme, v. 36; fosti destinata, v. 45; distinata fosseti, v. 46);
  • Apostrofe: “Rosa fresca aulentissima”, v. 1; “madonna mia” (v. 5); “rosa fresca de l’orto” (v. 13); “bella” (v. 25, 35); “canzonieri” (v. 39), “”rosa invidiata” (v. 44); “donna col viso cleri” (v. 51); “vitama”(v. 71);
  • Iperbole: “per quanto avere ha ‘n Bari” (v. 23); “Se tanto aver donàssemi quanto ha lo Saladino, / e per ajunta quant’ha lo soldano, / toc[c]are me non pòteri a la mano” (vv. 29-30); “Cercat’ajo Calabr[ï]a, Toscana e Lombardia, / Puglia, Costantinopoli, / Genoa, Pisa e Soria, /Lamagna e Babilonïa [e] tut[t]a Barberia (vv. 61-63);
  • Perifrasi: “li capelli m’aritonno” (v. 10);
  • Metafore: “este focora” (v. 3); “caderia de l’altezze” (v. 46); “penne penzasti mettere, sonti cadute l’ale” (v. 73); “d’esto forte castiello” (v. 78).
  • Adynaton: “Lo mar…asembrare” (vv. 7-8)



Commento

La poesia Rosa fresca aulentissima appartiene al filone della cosiddetta “poesia giullaresca”, molto sviluppato nel Medioevo e così chiamato perché di solito tali componimenti erano trasmessi oralmente dai giullari, poeti vaganti, di condizione sociale non elevata, ma di buon livello culturale. Spesso i testi sono anonimi; in questo caso, ci è stato trasmesso dalle note dei manoscritti rinascimentali il nome di Cielo D’Alcamo: la lingua impiegata ci fa capire la sua provenienza siciliana.

Si tratta di un testo composto da trentadue battute dialogiche alternate di un uomo e di una donna, che, a poco a poco, cede al corteggiamento dell’uomo e gli si concede. Ciascuna strofa corrisponde alla battuta di uno dei due protagonisti (tecnicamente questa forma poetica è detta “contrasto”). Il testo, probabilmente destinato alla recitazione pubblica, costituisce un’evidente parodia del modello provenzale cortese, in cui era frequente il genere della “pastorella”, ossia un dialogo tra un cavaliere e una pastorella che egli tentava di conquistare. Qui, a termini aulici e metafore tipiche di quella letteratura, si affiancano costantemente, con intento satirico, proverbi e immagini popolaresche, oltre ad espressioni dialettali; inoltre, a iperbolici complimenti si alternano brutali ordini. La metafora iniziale della rosa, il motivo della ferita d’amore, il viso luminoso della donna sono motivi tipicamente cortesi, che vengono, tuttavia, messi in ridicolo, poiché inseriti in una concezione dell’amore materialistica e prettamente fisica, con una concretezza tipica del mondo popolare a cui appartengono i due dialoganti, che, con ogni probabilità, sono un giullare e una contadina, che cercano di imitare goffamente i raffinati modelli cortesi, facendo però continuamente emergere la loro reale condizione sociale bassa.

Cielo D’Alcamo costruisce un dialogo particolarmente vivace e si dimostra raffinato e colto, in quanto manifesta una buona conoscenza della letteratura cortese e delle regole metriche: è evidente che per poter parodiare la letteratura ufficiale ed elevata, egli deve conoscerla molto bene. L’obiettivo polemico è soprattutto la ritualità dell’amore di tipo cortese e i suoi schemi eccessivamente rigidi. Contribuiscono alla resa comica i tratti decisamente anticortesi della donna, la messa in scena del desiderio sessuale e le risposte aggressive, oltre alla già citata commistione di termini e registri linguistici, che permea ogni battuta del testo.

La rosa con cui si apre il componimento è metafora della femminilità e dell’amore; inizialmente, la donna appare ritrosa e sprezzante; il primo cambiamento nel suo atteggiamento si nota ai vv. 66-70, in cui la donna si dichiara disposta a sposare l’uomo, purché lui la richieda ufficialmente in sposa ai genitori.

La base linguistica è analoga a quella della coeva scuola siciliana, ma il testo contiene altresì moltissimi latinismi, oltre ad alcuni gallicismi e provenzalismi.



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About Paola Corradini

Laureata in Filologia, Letteratura e tradizione classica presso l'Università di Bologna. Attualmente è iscritta al corso di Tirocinio Formativo Attivo per l'abilitazione all'insegnamento nella Classe di concorso A051 (Materie letterarie e Latino nei licei) presso l'Università di Ferrara.

4 Comments

  1. Mi congratulo per come ha saputo conciliare sintesi e informazione. Sarebbe stato opportuno completare l’analisi di tutta l’opera (che forse ha fatto ma che io non riesco a trovare). Per me, che sono di Alcamo, “non” è una cosa di poco conto. Il mio non vuole essere un rimprovero ma l’esternazione del piacere di leggerla.
    Le auguro una carriera piena di soddisfazioni.

  2. Lorenzo, La ringrazio moltissimo per i complimenti. Ho analizzato la parte che solitamente si trova sui manuali scolastici, quella più nota, insomma. Col tempo, cercheremo di essere sempre più completi ed esaustivi. Grazie!

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