Analisi del testo e Parafrasi: "L'infinito"di Giacomo Leopardi

Analisi del testo: "L'infinito" di Giacomo Leopardi

Scheda sintetica dell'opera
  • Autore Giacomo Leopardi
  • Titolo dell'Opera Canti
  • Prima edizione dell'opera L'infinito, scritta nel 1819, esce nel 1825 sul “Nuovo Ricoglitore”. La prima edizione dei Canti, invece, è l’edizione Piatti uscita nel 1831 che vede poi la sua edizione definitiva e completa nel 1835
  • Genere Poesia lirica
  • Forma metrica Endecasillabi sciolti

Analisi del testo e Parafrasi: “L’infinito”di Giacomo Leopardi

Analisi del testo: "L'infinito" di Giacomo Leopardi

Testo dell'opera

1. Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
2. e questa siepe, che da tanta parte
3. dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
4. Ma, sedendo e mirando, interminati
5. spazi di lá da quella, e sovrumani
6. silenzi, e profondissima quiete
7. io nel pensier mi fingo; ove per poco
8. il cor non si spaura. E come il vento
9. odo stormir tra queste piante, io quello
10. infinito silenzio a questa voce
11. vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
12. e le morte stagioni, e la presente
13. e viva, e il suon di lei. Cosí tra questa
14. immensitá s’annega il pensier mio;
15. e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Parafrasi affiancata

1. Mi furono sempre cari questa collina solitaria
2-3. e questa siepe che impedisce al mio sguardo di guardare verso l’estremo orizzonte.
4-7. Ma stando seduto e osservando, io mi disegno nella mente spazi infiniti oltre la siepe e silenzi che vanno oltre l’immaginazione umana e una grandissima calma; in tal modo, per poco
8. il cuore non si smarrisce. E non appena il vento
9. sento fischiare in mezzo a questi alberi, io
10-11. inizio a paragonare (=vo comparando) quell’infinito silenzio a questo rumore: e mi viene in mente il pensiero dell’eternità,
12. le stagioni passate e quella presente
13. e ancora viva e il suo rumore. Così 14. il mio pensiero si smarrisce in questa immensità
15. ed è piacevole per me naufragare in questo mare.

Parafrasi discorsiva

Mi furono sempre cari questa collina solitaria e questa siepe che impedisce al mio sguardo di guardare verso l’estremo orizzonte. Ma stando seduto e osservando, io mi disegno nella mente spazi infiniti oltre la siepe e silenzi che vanno oltre l’immaginazione umana e una grandissima calma; in tal modo, per poco il cuore non si smarrisce. E non appena sento fischiare il vento in mezzo a questi alberi, io inizio a paragonare quell’infinito silenzio a questo rumore: e mi viene in mente il pensiero dell’eternità, le stagioni passate e quella presente e ancora viva e il suo rumore. Così il mio pensiero si smarrisce in questa immensità ed è piacevole per me naufragare in questo mare.

Figure Retoriche

  • Enjambements vv. 2-3; vv. 4-5; vv. 5-6; vv. 8-9; vv. 9-10; vv. 13-14;
  • Anastrofi v. 1: "sempre caro mi fu quest'ermo colle"; vv. 4-7: "interminati / spazi di là da quella, e sovrumani /silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo"; vv. 8-9: "il vento / odo stornir"; v. 14: "s’annega il pensier mio";
  • Iperboli vv. 4-5: "interminati/ spazi"; vv. 5-6: "sovrumani/ silenzi"; v. 6: "profondissima quiete";
  • Polisindeti vv. 5-6: "e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete"; vv. 11-13: "e mi sovvien l’eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e viva e il suon di lei";
  • Metafora v. 15: "e il naufragar m’è dolce in questo mare";
  • Onomatopea v. 9: "stormir";
  • Ossimoro v. 15: "il naufragar m’è dolce";
  • Antitesi vv. 2, 5: "questa siepe", "di là da quella"; vv. 9-10: "quello/ infinito silenzio a questa voce"; vv. 12-13: "e le morte stagioni, e la presente/ e viva";
  • Allitterazioni della "s": vv. 5-6: "Spazi di là da quella, e sovrumani/
    Silenzi, e profondissima quiete"; della "a": (il critico Contini parla di “trionfo di a”): "parte", "tanta", "interminati", "spazi", "sovrumani", "mirando", "comparando", "immensità", "naufragar", "mare"; della "r": "sempre", "caro", "ermo", "parte", "orizzonte", "guardo", "mirando", "interminati", "sovrumani", "pensier", "cor", "spaura", "stormir", "comparando", "eterno", "morte", "presente", "naufragar", "mare".

Commento

L’opera fa parte degli Idilli, piccoli quadretti di ispirazione greca. Leopardi stesso designò con il termine Idilli alcuni componimenti scritti tra il 1819 e il 1821 (L’infinito, Alla luna, La sera del dì di festa, Il sogno, La vita solitaria) caratterizzati dal linguaggio colloquiale e da tematiche intime e autobiografiche. Nel 1828, Leopardi li definì «espressione di sentimenti, affezioni, avventure storiche del suo animo».

L’infinito costituisce la rappresentazione di sensazioni massimamente poetiche in quanto capaci di suscitare l’immaginazione, che permette di rappresentarsi nella mente quel piacere infinito che non esiste nella realtà. Leopardi stesso, nello Zibaldone, annota che «il piacere infinito non si può trovare nella realtà, si trova così nell’immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni, ecc…».L’infinito coincide, insomma, con lo slancio vitale, con la tensione dell’uomo verso una felicità che non potrà mai raggiungere, perché si scontra inevitabilmente con i limiti imposti dalla vita umana: lo spazio, il tempo, la morte.

La poesia può essere divisa in due parti: nella prima (vv. 1-8), l’immaginazione viene sollecitata da un ostacolo, ossia dalla siepe che impedisce di guardare oltre l’orizzonte, quindi sollecita l’idea di un infinito spaziale, ossia di spazi senza fine in cui regnano un silenzio e una calma così profondi da sembrare irreali. Nella seconda parte (vv. 8-15), invece, una sensazione uditiva, ossia il rumore del vento tra le piante, suscita l’idea di un infinito temporale, l’”eterno”, poi il passato e il presente. Si tratta, pertanto, di un “infinito” che non ha nulla di trascendente, bensì parte dal reale per aprirsi all’immaginazione: i dati sensoriali concreti danno lo stimolo per andare oltre. Il poeta, inizialmente, di fronte all’infinito spaziale prova sgomento, poi, nell’ultimo verso, annega dolcemente nell’immensità dell’infinito: è la dolcezza provocata dall’autoannullamento, quasi una morte simbolica, un’esperienza potente e, per certi versi, anche terribile, perché comporta la perdita della propria individualità.

Alle dimensioni reali in cui il poeta si trova, descritte come situazioni chiuse, claustrofobiche, deperibili («le morte stagioni»), si vanno quindi ad opporre altre due dimensioni costituite dallo spazio mentale e affettivo del poeta, caratterizzate da termini assoluti come «sempre», «eterno», «dolce».

La struttura dell'Infinito è perfettamente simmetrica: infatti, esso è diviso in due parti del tutto speculari e il passaggio dalla prima alla seconda è segnato dal punto fermo al v. 8. Tuttavia, i due momenti descritti sono posti in stretta continuità, come dimostrano i frequentissimi enjambements, che hanno anche la funzione di mettere in evidenza le parole-chiave, e la ricorrenza delle congiunzioni coordinanti. È significativo anche l’impiego dei dimostrativi “questo” e “quello” volti a sottolineare la vicinanza dell’oggetto reale e la lontananza di quanto immaginato. Il primo e l’ultimo verso sono più brevi, apparentemente staccati dal resto della poesia ed esprimono sentimenti lirici, molto legati all’esperienza personale del poeta. Infine, il componimento è ricchissimo di parole da considerarsi per Leopardi massimamente poetiche: ermo, tanta, ultimo, silenzio, profondo, eterno, morte, orizzonte, immensità, interminati, sovrumani, infinito.

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