Analisi del testo e Parafrasi: "Non gridate più" di Ungaretti | fareLetteratura

Analisi del testo: "Non gridate più" di Giuseppe Ungaretti

Scheda sintetica dell'opera
  • Autore Giuseppe Ungaretti
  • Titolo dell'Opera Il dolore
  • Prima edizione dell'opera 1947
  • Genere Poesia lirica
  • Forma metrica La prima quartina è di novenari; la seconda è formata da un endecasillabo, due settenari e un novenario

Analisi del testo e Parafrasi: “Non gridate più” di Giuseppe Ungaretti

Analisi del testo: "Non gridate più" di Giuseppe Ungaretti

Testo dell'opera

1. Cessate d’uccidere i morti,
2. non gridate più, non gridate
3. se li volete ancora udire,
4. se sperate di non perire.

5. Hanno l’impercettibile sussurro,
6. non fanno più rumore
7. del crescere dell’erba,
8. lieta dove non passa l’uomo.

Parafrasi affiancata

1. Smettete di uccidere (nuovamente) i morti,
2. smettete di gridare, non gridate più
3. se li volete ancora ascoltare,
4. se sperate di non morire.

5. (I morti) hanno una voce fioca,
6. non fanno più rumore
7. dell’erba che cresce,
8. che può prosperare solo dove non passa l’uomo.

Parafrasi discorsiva

Smettete di uccidere (nuovamente) i morti, smettete di gridare, non gridate più se li volete ancora ascoltare, se sperate di non morire.
(I morti) hanno una voce fioca, non fanno più rumore dell’erba che cresce, che può prosperare solo dove non passa l’uomo.

Figure Retoriche

  • Adýnaton v. 1: uccidere i morti;
  • Allitterazioni “p”: vv. 4-6: "se sperate di non perire./ Hanno l’impercettibile sussurro,/ non fanno più rumore"; “r” e “s”: vv. 5-8;
  • Anafore vv. 3-4: se li volete ancora udire,/ se sperate di non perire;
  • Personificazione vv. 7-8: del crescere dell’erba/ lieta dove non passa l’uomo;
  • Ripetizione v. 2: non gridate più, non gridate.

Commento

La poesia Non gridate più appartiene alla raccolta Il dolore, pubblicata nel 1947, con la quale il poeta dà voce al suo tormento personale (dovuto alla morte del fratello e del figlio di nove anni) e collettivo (provocato dalla tragica occupazione di Roma da parte dei tedeschi e, in generale, dall’esperienza bellica).

Si tratta di una raccolta di liriche composte tra il 1937 e il 1946, divisa in sei sezioni. Le varie parti sono collegate da un unico tema che è quello della sofferenza che accomuna tutti gli uomini, nel privato come nella collettività, e può essere attenuata soltanto essendo solidali con gli altri esseri umani.

In questa raccolta il poeta non inserisce alcuna nota, ma si limita a dire: «So che cosa significhi la morte, lo sapevo anche prima; ma allora, quando mi è stata strappata la parte migliore di me, la esperimento in me, da quel momento, la morte. Il dolore è il libro che più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi». Ungaretti, inoltre, utilizza ora le misure metriche tradizionali e passa ad utilizzare un linguaggio più accessibile.

Il componimento Non gridate più, scritto nell’immediato dopoguerra, è rivolto a quanti hanno vissuto e superato, come dice lo stesso poeta, la «tragedia di questi anni». Nonostante la serie d’imperativi l’intento del poeta non è quello di esprimere un ordine o un comando, ma quello di rivolgere una preghiera agli uomini, affinché salvino la stessa umanità, riscoprendo il valore della pietà.

Nella prima strofa, infatti, Ungaretti invita i vivi a cessare la violenza delle parole, una violenza che arriva a profanare le tombe. Gridando - gli uomini - non fanno altro che soffocare la voce debole dei morti, arrivando a cancellare il loro sacrificio, per cui il poeta invita, attraverso l’artificio dell’adýnaton («uccidere i morti»), a superare le divisioni e a fare silenzio per lasciar parlare chi non c’è più.

Al gridare (sintomo di barbarie) si contrappone, infatti, la muta presenza dei morti: i vivi gridano ed esprimono odio, mentre i morti sussurrano e trasmettono un messaggio di pace. Ungaretti teme che ormai ci sia un distacco troppo grande fra chi è ancora in vita e chi non c’è più e la sua sfiducia diviene evidente negli ultimi due versi, in cui l’immagine dell’erba che ha paura del passaggio dell’uomo, rende evidente la disperazione di chi ha conosciuto le sue azioni terribili (gli orrori della Seconda guerra mondiale).

Sebbene i vivi possano ancora uccidere i morti con le proprie grida barbariche, Ungaretti mostra un messaggio di pace e lo affida proprio alla debole voce dei morti che possono restituire agli uomini la propria dignità.

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