Analisi del testo: "Canto notturno di un pastore errante dell’Asia" di Giacomo Leopardi

Scheda sintetica dell'opera
  • Autore Giacomo Leopardi
  • Titolo dell'Opera Canti
  • Prima edizione dell'opera 1831, presso l’editore Piatti
  • Genere Poesia lirica
  • Forma metrica Canzone di strofe libere di endecasillabi e settenari

Analisi del testo: "Canto notturno di un pastore errante dell’Asia" di Giacomo Leopardi

Analisi del testo: "Canto notturno di un pastore errante dell’Asia" di Giacomo Leopardi


Testo dell'opera

1. Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
2. silenziosa luna?
3. Sorgi la sera, e vai,
4. contemplando i deserti; indi ti posi.
5. Ancor non sei tu paga
6. di riandare i sempiterni calli?
7. Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
8. di mirar queste valli?
9. Somiglia alla tua vita
10. la vita del pastore.
11. Sorge in sul primo albore
12. move la greggia oltre pel campo, e vede
13. greggi, fontane ed erbe;
14. poi stanco si riposa in su la sera:
15. altro mai non ispera.
16. Dimmi, o luna: a che vale
17. al pastor la sua vita,
18. la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
19. questo vagar mio breve,
20. il tuo corso immortale?

21. Vecchierel bianco, infermo,
22. mezzo vestito e scalzo,
23. con gravissimo fascio in su le spalle,
24. per montagna e per valle,
25. per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
26. al vento, alla tempesta, e quando avvampa
27. l’ora, e quando poi gela,
28. corre via, corre, anela,
29. varca torrenti e stagni,
30. cade, risorge, e piú e piú s’affretta,
31. senza posa o ristoro,
32. lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
33. colá dove la via
34. e dove il tanto affaticar fu vòlto:
35. abisso orrido, immenso,
36. ov’ei precipitando, il tutto obblia.
37. Vergine luna, tale
38. è la vita mortale.

39. Nasce l’uomo a fatica,
40. ed è rischio di morte il nascimento.
41. Prova pena e tormento
42. per prima cosa; e in sul principio stesso
43. la madre e il genitore
44. il prende a consolar dell’esser nato.
45. Poi che crescendo viene,
46. l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
47. con atti e con parole
48. studiasi fargli core,
49. e consolarlo dell’umano stato:
50. altro ufficio piú grato
51. non si fa da parenti alla lor prole.
52. Ma perché dare al sole,
53. perché reggere in vita
54. chi poi di quella consolar convenga?
55. Se la vita è sventura,
56. perché da noi si dura?
57. Intatta luna, tale
58. è lo stato mortale.
59. Ma tu mortal non sei,
60. e forse del mio dir poco ti cale.

61. Pur tu, solinga, eterna peregrina,
62. che sí pensosa sei, tu forse intendi
63. questo viver terreno,
64. il patir nostro, il sospirar, che sia;
65. che sia questo morir, questo supremo
66. scolorar del sembiante,
67. e perir della terra, e venir meno
68. ad ogni usata, amante compagnia.
69. E tu certo comprendi
70. il perché delle cose, e vedi il frutto
71. del mattin, della sera,
72. del tacito, infinito andar del tempo.
73. Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
74. rida la primavera,
75. a chi giovi l’ardore, e che procacci
76. il verno co’ suoi ghiacci.
77. Mille cose sai tu, mille discopri,
78. che son celate al semplice pastore.
79. Spesso quand’io ti miro
80. star cosí muta in sul deserto piano,
81. che, in suo giro lontano, al ciel confina;
82. ovver con la mia greggia
83. seguirmi viaggiando a mano a mano;
84. e quando miro in cielo arder le stelle;
85. dico fra me pensando:
86. — A che tante facelle?
87. che fa l’aria infinita, e quel profondo
88. infinito seren? che vuol dir questa
89. solitudine immensa? ed io che sono? —
90. Cosí meco ragiono: e della stanza
91. smisurata e superba,
92. e dell’innumerabile famiglia;
93. poi di tanto adoprar, di tanti moti
94. d’ogni celeste, ogni terrena cosa,
95. girando senza posa,
96. per tornar sempre lá donde son mosse;
97. uso alcuno, alcun frutto
98. indovinar non so. Ma tu per certo,
99. giovinetta immortal, conosci il tutto.
100. Questo io conosco e sento,
101. che degli eterni giri,
102. che dell’esser mio frale,
103. qualche bene o contento
104. avrá fors’altri; a me la vita è male.

105. greggia mia che posi, oh te beata,
106. che la miseria tua, credo, non sai!
107. Quanta invidia ti porto!
108. Non sol perché d’affanno
109. quasi libera vai;
110. ch’ogni stento, ogni danno,
111. ogni estremo timor subito scordi;
112. ma piú perché giammai tedio non provi.
113. Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
114. tu se’ queta e contenta;
115. e gran parte dell’anno
116. senza noia consumi in quello stato.
117. Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
118. e un fastidio m’ingombra
119. la mente; ed uno spron quasi mi punge
120. sí che, sedendo, piú che mai son lunge
121. da trovar pace o loco.
122. E pur nulla non bramo,
123. e non ho fino a qui cagion di pianto.
124. Quel che tu goda o quanto,
125. non so giá dir; ma fortunata sei.
126. Ed io godo ancor poco,
127. o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
128. Se tu parlar sapessi, io chiederei:
129. — Dimmi: perché giacendo
130. a bell’agio, ozioso,
131. s’appaga ogni animale;
132. me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? —

133. Forse s’avess’io l’ale
134. da volar su le nubi,
135. e noverar le stelle ad una ad una,
136. o come il tuono errar di giogo in giogo,
137. piú felice sarei, dolce mia greggia,
138. piú felice sarei, candida luna.
139. O forse erra dal vero,
140. mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
141. forse in qual forma, in quale
142. stato che sia, dentro covile o cuna,
143. è funesto a chi nasce il dí natale.

Parafrasi affiancata

In costruzione…

Parafrasi discorsiva

Che cosa fai, tu, luna, nel cielo? Dimmi, che cosa fai, luna silenziosa? Spunti di sera e giri per il cielo osservando lungamente i luoghi deserti, poi ti fermi. Non sei ancora stanca di ripercorrere le stesse vie in eterno? Non rifiuti ancora, sei ancora desiderosa di percorrere di nuovo queste valli? La vita del pastore è simile alla tua. Si alza non appena spunta l’alba, conduce le greggi lontano attraverso i campi e vede greggi, fontane ed erbe; poi, essendo stanco, si riposa quando si fa sera: non ha mai altri desideri. Dimmelo tu, luna, a che cosa serve la vita del pastore, la vostra vita a voi; dimmi dove porta questo mio breve cammino sulla terra e il tuo eterno moto?

Un vecchietto dai capelli bianchi, malato, vestito solo a metà e scalzo, con una pesantissima fascina di legna sulle spalle, attraverso le montagne e le valli, attraverso rocce appuntite e sabbia profonda e gineprai, quando ci sono vento e tempeste, quando il caldo è bruciante e quando poi invece gela, corre via, corre, desidera, oltrepassa torrenti e stagni, cade, si rialza e si affretta sempre di più, senza sosta o riposo, ferito e sanguinante, finché non arriva là dove la sua strada e dove la sua grande fatica erano dirette: una terribile, enorme voragine, cadendo nella quale dimentica tutto. Pura luna, così è la vita degli uomini.

L’uomo nasce con fatica e già mentre nasce rischia di morire; appena nato, subito prova angoscia e dolore e proprio all’inizio della vita, la madre e il padre immediatamente iniziano a consolarlo per il solo fatto di essere venuto al mondo; quando sta crescendo, entrambi i genitori gli fanno coraggio e continuamente con gesti e con parole cercano di rincuorarlo e di consolarlo relativamente alla condizione umana: non c’è nulla di più gradito che i genitori possano offrire ai loro figli. Ma perché far venire alla luce, perché tenere in vita colui che poi si deve consolare proprio riguardo alla vita stessa? Se la vita è sciagura, perché da parte nostra ci si sforza per continuarla? Pura luna, così è la condizione umana. Ma tu non sei umana, e forse le mie parole ti interessano poco.

Eppure tu, viaggiatrice solitaria ed eterna che sembri così assorta nei pensieri, forse comprendi il senso della nostra vita terrena, del nostro soffrire, dei nostri inutili sospiri, quale sia il significato della nostra morte, dell’ultimo impallidire del nostro viso e dell’allontanamento dalla terra e del mancare da tutte le frequentazioni consuete e amate. E tu sicuramente capisci le motivazioni profonde delle cose e comprendi lo scopo dell’alternanza del mattino e della sera e dell’impercettibile e infinito scorrere del tempo. Tu certamente sai a quale dolce amore sorrida la primavera, a chi sia utile la calura estiva e che cosa procuri l’inverno con i suoi ghiacci. Tu sai moltissime cose, scopri moltissime cose che sono nascoste al semplice pastore. Spesso quando ti guardo stare così silenziosa sulla pianura deserta che all’orizzonte confina con il cielo, oppure quando ti guardo seguirmi passo passo mentre viaggio con il mio gregge; e quando guardo brillare le stelle in cielo, dico riflettendo tra me e me: “a che cosa servono tante luci?” A che giova l’infinità dell’aria e quel profondo, infinito cielo sereno? E che cosa significa questa immensa solitudine? Ed io che cosa sono? Così rifletto tra me e me: e non riesco a trovare nessuna utilità, nessun giovamento sia del mondo (la sede enorme e superba che ci ospita) sia degli innumerevoli esseri che vi abitano; poi nemmeno di tanto agitarsi, di tanti movimenti dei corpi celesti e delle cose terrene, che girano senza mai fermarsi per ritornare sempre al punto da cui sono partite. Ma tu certamente, fanciullina immortale, comprendi tutto. Questo io so e percepisco: che forse altri otterranno qualche cosa buona o qualche soddisfazione dai movimenti eterni (delle stelle), dalla mia fragile esistenza; per me la vita è dolorosa.

O gregge mio che riposi, oh te felice poiché credo che tu non conosca la tua infelicità! Quanto sono invidioso di te! Non solo perché sei quasi libero dalle preoccupazioni, in quanto dimentichi subito ogni fatica, ogni danno, ogni grandissima paura; ma ancora di più perché non provi noia. Quando ti siedi all’ombra, sull’erba, tu sei tranquilla e felice; e passi gran parte dell’anno in quella condizione senza noia. Eppure anch’io siedo sull’erba all’ombra, ma un’inquietudine mi occupa la mente e un pungolo sembra quasi che mi punga, cosicché, pur riposando, sono più che mai lontano dal trovare pace o tranquillità. Eppure non desidero nulla e non ho fino a questo momento motivi per piangere. Di che cosa e quanto tu sia felice non lo so proprio dire; ma sei fortunato. E io sono ancora poco contento e non mi lamento solo di questo, o mio gregge. Se tu sapessi parlare, ti chiederei di dirmi perché giacendo senza preoccupazioni, senza fare nulla, ogni animale è soddisfatto, mentre io se giaccio riposandomi sono assalito dalla noia?

Forse se io avessi le ali, che mi consentissero di volare al di sopra delle nuvole e di contare le stelle ad una ad una, o di vagare come il tuono di monte in monte, sarei più felice, dolce mio gregge, sarei più felice, pura luna. O forse si allontana dalla verità il mio pensiero, guardando al destino degli altri esseri viventi: forse il giorno della nascita in qualsiasi forma, in qualsiasi condizione sia, dentro un giaciglio o in una culla, è rovinosa per chi nasce.

Figure retoriche

  • Enjambements vv. 12-13; vv. 16-17; vv. 18-19; vv. 26-27; vv. 69-70; vv. 70-71; vv. 75-76; vv. 87-88; vv. 88-89; vv. 90-91; vv. 93-94; vv. 108-109; vv. 108-109; vv. 141-142;
  • Allitterazioni della “v”: vv. 16-19: Dimmi, o luna: a che vale/ al pastor la sua vita,/ la vostra vita a voi? dimmi: ove tende/ questo vagar mio breve,/ il tuo corso immortale?”; della “l”: vv. 1-2: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ silenziosa luna?”; della “s”: “v. 14: “poi stanco si riposa in su la sera”; vv. 3-4: “sorgi la sera, e vai,/ contemplando i deserti; indi ti posi.”; vv. 65-66: “che sia questo morir, questo supremo/ scolorar del sembiante”;
  • Anafore vv. 5,7: “ancor”; vv. 16, 18: “dimmi”; vv. 52-53, 56: “perché”; vv. 101-102: “che”; vv. 137-138: “più felice sarei”; vv. 133, 139, 141: “forse”;
  • Apostrofe v. 1: “luna”; v. 2: “silenziosa luna”; v. 16: “o luna”; v. 37: “vergine luna”; v. 57: “intatta luna”; v. 61: “solinga, eterna peregrina”; v. 99: “giovinetta immortal”; v. 105, 127: “o greggia mia”; v. 137: “dolce mia greggia”; v. 138: “candida luna”;
  • Domande retoriche vv. 1-2: “che fai tu, luna…?”; vv. 5-6: “Ancor non sei tu paga…calli?”; vv. 7-8: “Ancor non prendi a schivo… valli?”; vv. 16-18: “Dimmi, o luna… a voi?”; vv. 18-20: “dimmi: ove tende… immortale?”; vv. 52-54: “Ma perché dare al sole …. Consolar convenga?”; vv. 55-56: “Se la vita …si dura?”; v. 86: “A che tante facelle?”; vv. 87-88: “Che fa l’aria infinita …infinito seren?”; vv. 88-89: “che vuol dir… immensa? Ed io che sono?”; vv. 129-132: “dimmi: perché giacendo / … il tedio assale?”;
  • Esclamazioni v. 105-106: “o greggia mia che posi, oh te beata / che la miseria tua, credo, non sai!”; v. 107: “Quanta invidia ti porto!”;
  • Epanadiplosi v. 1: “che fai… che fai”;
  • Anadiplosi vv. 9-10: “alla tua vita/ la vita”; vv. 17-18: “la sua vita/ la vostra vita”; vv. 64-65: “che sia;/ che sia”;
  • Anastrofi vv. 94-98: “d’ogni celeste, ogni terrena cosa/… uso alcuno, alcun frutto/ indovinar non so”; vv. 101-104: “degli eterni giri / dell’esser mio frale,/ qualche bene o contento/ avrà fors’altri”; vv. 108-109: “d’affanno/ quasi libera vai”; v. 132: “me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?”;
  • Chiasmi vv. 16-18: “a che vale /al pastor la sua vita, / la vostra vita a voi?“; v. 97: “uso alcuno, alcun frutto“;
  • Sineddochi v. 21: “bianco”; v. 88: “seren”; v. 94: “celeste”;
  • Metonimia v. 142: “dentro covile o cuna”;
  • Metafore v. 19: “questo vagar mio breve”; v. 52: “dare al sole”; vv. 65-66: “supremo/ scolorar del sembiante”; v. 70: “frutto”; v. 75: “l’ardore”; v. 86: “facelle”; vv. 90-91: “stanza/ smisurata e superba”; v. 92: “innumerabile famiglia”; v. 119: “uno spron quasi mi punge”;
  • Ossimoro v. 143: “è funesto a chi nasce il dì natale”;
  • Iperbole vv. 35-36: “abisso orrido, immenso/ ov’ei precipitando il tutto obblia”;
  • Adynaton v. 128: “Se tu parlar sapessi, io chiederei”; vv. 133-138: “Forse s’avess’io l’ale… più felice sarei”;
  • Allegoria v. 21 (ma occupa l’intera strofa): “Vecchierel bianco infermo”;
  • Personificazioni vv. 61-62: “solinga, eterna peregrina,/ che sì pensosa sei”; v. 80: “muta”; v. 99: “giovinetta immortal”;
  • Antitesi vv. 17-18: “al pastor la sua vita/ la vostra vita a voi”; vv. 19-20: “questo vagar mio breve/ il tuo corso immortale”; vv. 57-59: “tale/ è lo stato mortale./ Ma tu mortal non sei”; vv. 98-100: “Ma tu per certo,/ giovinetta immortal, conosci il tutto./ Questo io conosco e sento”; vv. 103-104: “qualche bene o contento/ avrà fors’altri; a me la vita è male”; vv. 113-117: “Quando tu siedi all’ombra …/ ed io pur seggo sovra l’erbe all’ombra”; vv. 124-126: “Quel che tu goda o quanto/ non so già dir…/ ed io godo ancor poco”; vv. 129-132: “giacendo/ a bell’agio, ozioso,/ s’appaga ogni animale;/ me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale”.

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