Analisi del testo: "La cognizione del dolore" di Carlo Emilio Gadda

Scheda sintetica dell'opera
  • Autore Carlo Emilio Gadda
  • Titolo dell'Opera La cognizione del dolore
  • Prima edizione dell'opera 1963
  • Genere Romanzo
  • Narratore Esterno e onnisciente
  • Punto di vista Focalizzazione zero
  • Tempo della storia Dal 28 agosto ai primi di settembre (l’anno è probabilmente il 1934)

Analisi del testo: “La cognizione del dolore” di Carlo Emilio Gadda

Analisi del testo: "La cognizione del dolore" di Carlo Emilio Gadda


Trama

A Lukones, villaggio dell’immaginario paese sudamericano del Maradagàl, è possibile trovare ville abbandonate alla loro funzione di attrazione per i fulmini, poliziotti ciclisti paralizzati a una gamba o finti invalidi di guerra dall’identità camuffata; in tutta la nazione poi, dalla fine della recente guerra contro il Parapagàl, operano i Nistitúos provinciales de vigilancia para la noche, contraddittorie associazioni di sorveglianza notturna. È questo lo scenario in cui viene calata la vicenda familiare di Gonzalo Pirobutirro d’Eltino e della sua anziana madre: la convivenza dei due, legati da affetto sincero ma chiusi in una sorda incomunicabilità, non potrebbe essere più difficile, appesantita inoltre da vicende di lutto e difficoltà economica. Da una parte la signora è costretta a temere il figlio e sa di non poter contare su di lui per il sostegno di cui avrebbe bisogno; dall’altra Gonzalo, incapace di frenare le proprie fantasie persecutorie e deliranti, si abbandona a furiosi scatti d’ira rivolti verso la madre e i contadini che affollano la proprietà, lasciando presagire un finale drammatico.

Personaggi

  • Gonzalo Pirobutirro d’Eltino: ingegnere, reduce di guerra, aspirante scrittore. È, insieme alla madre, il protagonista della vicenda, presentato sia direttamente, sia attraverso quanto ne riferiscono altri personaggi. Sul suo conto corrono “le voci più straordinarie”: viene dipinta una figura di misantropo, iracondo, vorace e avido. Quello che compare sulla scena è un uomo alto e un po’ curvo, vestito “appena decentemente”; la sua è un’espressione angosciata e malinconica. Frequenti sono i suoi scatti d’ira.
  • La madre: già dalle prime pagine le viene conferito, grazie alle esclamazioni e ai sospiri di chi la conosce – “Povera signora!” o “Povera donna!” – quel ruolo di vittima che manterrà per tutta l’azione. Il più grande dolore di questa fragile settantaquattrenne sta ormai nell’essere “ridotta ad aver paura del figlio”, l’unico rimastole in vita: cerca di compiacerlo e assecondarlo, ma non riesce a trattenerne gli scatti d’ira. I suoi occhi “velati dal dolore” dimostrano come sia ormai sbiadita la traccia dell’affabilità e dell’orgoglio di un tempo.
  • José e Battistina: sono soltanto alcuni dei numerosi domestici che lavorano alla villa dei Pirobutirro. Il peone, costantemente indaffarato, anche se probabilmente non sempre in compiti indispensabili, è apertamente detestato da Gonzalo, che lo considera un ladro. La serva, sempre ansimante per via di un grande gozzo, si dimostra affezionata alla sua padrona e preoccupata per la sua situazione; nel cogliere la vicenda incarna un punto di vista popolare dove parlano soprattutto i luoghi comuni.
  • Il dottore: si tratta di una figura non approfondita direttamente, ma a cui è affidata la presentazione dei protagonisti, che egli conosce in quanto medico condotto di Lukones. È fiducioso nell’affrontare il comportamento ostile di Gonzalo, pensa di poter spiegare la vicenda riconducendola a schemi positivistici, ma rimane sorpreso nel confrontarsi con una situazione più intricata di quanto si sarebbe aspettato.

Riassunto

I paragrafi iniziali collocano la scena nel Maradagàl, immaginario paese dell’America latina recentemente uscito vincitore dalla guerra contro il rivale e vicino Parapagàl, nonostante ognuno dei due paesi sia probabilmente convinto di aver avuto successo in quella guerra. Nel paese operano i Nistitúos provinciales de vigilancia para la noche, agenzie di sorveglianza ai cui servizi i proprietari terrieri possono scegliere se ricorrere o meno.

La narrazione si serve dei casi singolari di una piccola porzione di terra per illustrare il pressappochismo in vigore nel paese. L’attenzione si concentra sui fatti e la popolazione di Lukones, nel Serruchon: un piccolo villaggio che conta, fra le sue attrattive principali, ufficio postale, telefono, lavatrice, tabacchi, medico condotto, albergo, lavatoio pubblico e parrocchia.

A Lukones, nei mesi precedenti alla vicenda principale, viene assunto come vigile ciclista un uomo con la gamba rigida: nell’assegnazione del lavoro il falso pretesto di essersi procurato in guerra quella disabilità prevale sulla reale capacità di svolgere il compito richiesto, seriamente compromessa dall’impossibilità di pedalare.

Una seconda simulazione interviene poi ad anticipare come la vita del paese comprenda “piuttosto miseria che scandalo”. In questo caso una ferita di guerra, la sordità, viene addirittura contraffatta, così come l’identità del presunto disabile, di origini italiane e non autoctono come finge di essere. La truffa si scopre soltanto con l’arrivo nella piazza del paese di un ambulante conterraneo del finto sordo.

Compare l’accenno al poeta vate nazionale, “caricatura tra carducciana e dannunziana”1. A lui era appartenuta villa Maria Giuseppina, rimasta abbandonata dopo la morte dell’illustre proprietario. La predisposizione della villa ad attirare pericolosamente i fulmini manifesta la necessità di trovare un nuovo affittuario e custode che se ne prendesse cura. Una parte di villa Maria Giuseppina viene così affidata al colonnello-medico di Pascuale, lo stesso che aveva scoperto la simulazione del presunto sordo. Questi, recandosi poi in visita da un vicino che si era rotto la gamba giocando a tennis, fa la conoscenza del medico condotto di Lukones: dalla frequentazione e dalla stima reciproca dei due dottori si genera un punto di contatto fra due porzioni della narrazione, quella del “tortuoso prologo” e quella più compatta ma sempre complessa delle grandi scene e unità temporali successive.

Il medico condotto viene infatti, in un secondo tempo, chiamato a visitare Gonzalo e si avvia all’incontro sicuro di non riscontrare nel paziente problemi seri. L’avvicinamento alla villa dei Pirobutirro è lento e, lungo la strada, l’incontro con Battistina anticipa la follia del padrone, che, stando alle parole della serva, “gira per la casa che pare un matto”. Il dottore incontra finalmente l’uomo, trovandovi una persona estremamente cortese; liquidata una breve visita, si dilunga a parlare con lui e, nel tentativo di allentare la misantropia di cui Gonzalo era prigioniero, lo invita ad uscire. La conversazione però non sembra procedere e si incaglia sulla preoccupazioni e sul nervosismo manifestati dall’uomo verso la madre, nonché sull’insofferenza per il peone.

Nella scena successiva, la madre si trova sola in casa durante un piovoso pomeriggio dei primi di settembre. La solitudine della donna è assoluta ed essa tenta invano di placarla ricercando oggetti sparsi per la casa. L’oscuramento del cielo si accorda bene alla condizione di chi soffre per la separazione con entrambi i figli, morto in guerra uno, l’altro completamente assorbito dal proprio “male oscuro”. La donna insegue i propri pensieri ricercandovi una percezione nitida che la sottragga allo sbandamento, ma quando la ottiene questa è assolutamente dolorosa. Avrebbe un disperato bisogno d’aiuto: “quel viso, come spettro […] forse immaginava senza sperarlo il soccorso, la parola di un uomo, di un figlio”. Ma, come l’uragano all’esterno sembra sottolineare, le riflessioni della signora possono approdare solamente alla costatazione della minaccia mortale insita nella propria condizione di abbandono.

Quando Gonzalo e la madre compaiono per la prima volta contemporaneamente, il contatto fra loro è pressoché inesistente. Degli accenni di tenerezza non possono smorzare un rapporto estremamente conflittuale. L’agitazione della signora al rientro inaspettato del figlio è testimoniata dalla sua difficoltà di accendere il lume. Dal canto suo Gonzalo prova per lei un affetto contrastato, oltre che dalle preoccupazioni per le sostanze familiari dilapidate, dal ricordo della morte del fratello, al quale egli crede che la madre continui a rivolgere i propri pensieri segreti. Consumando la cena improvvisata dalla madre senza in realtà accorgersi della tavola, Gonzalo si lascia trascinare dai propri allucinati pensieri, rievoca “gli altri”, i favoriti dalla sorte, e medita sulla negatività della propria esistenza. In uno scatto d’ira caccia il peone entrato per accendere il fuoco; la stessa azione verso il contadino viene ripetuta un pomeriggio di pochi giorni dopo, quando, davanti alla madre intenta a conversare con il peone e la serva – “quei pantaloni e quegli zòccoli lo condussero a disperare della propria clemenza” – Gonzalo non riesce a trattenere la propria “collera sorda” verso quell’uomo.

Un venerdì di poco successivo, il figlio, trovando la signora circondata da contadini e servi in atteggiamento postulante e la casa invasa di pesci e funghi maleodoranti portati per ingraziarsi la padrona, non può trattenersi dal rivolgere alla madre e al peone minacce di morte, prima di allontanarsi improvvisamente verso Pastrufazio.

Nel frattempo uno dei proprietari terrieri residenti vicino a Lukones, il Trabatta, “reo di empietà nei confronti del Nistitúo para la Noche”, subisce un furto notturno e decide di assoldare due guardie private. Queste, una notte, vengono richiamate a villa Pirobutirro da rumori sospetti e, in assenza di qualsiasi segnale rassicurante dall’interno della tenuta, danno l’allarme. È così che l’ampia folla richiamata dai due assiste al ritrovamento della signora esanime, “essere immobile così orrendamente offeso”: la donna, colpita gravemente al viso, è agonizzante nel suo letto, coperta da un drappo che sembra a tutti annunciarne la morte. Le cure del medico, convocato d’urgenza, si riveleranno con tutta probabilità inefficaci. La scena si chiude allo spuntare del nuovo giorno, lasciando sospeso il dubbio sull’origine dell’aggressione, senza in fondo favorire l’ipotesi di un matricidio rispetto a quella di un’aggressione ad opera del peone o di uno dei contadini che frequentano la villa, se non addirittura di una della guardie dei Nistitúos.

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