Analisi del testo: "Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale" di Eugenio Montale

Scheda sintetica dell'opera
  • Autore Eugenio Montale
  • Titolo dell'Opera Satura
  • Prima edizione dell'opera 1971
  • Genere Poesia lirica
  • Forma metrica Versi liberi. Sono presenti due rime ai vv. 6,7 (crede-vede) e ai vv. 10,12 (due-tue) e assonanza ai vv. 3,8 (viaggio-braccio)

Analisi del testo e Parafrasi: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale” di Eugenio Montale

Analisi del testo: "Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale" di Eugenio Montale


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“Tanto gentile e tanto onesta pare” di Dante Alighieri

Testo dell'opera

1. Tanto gentile e tanto onesta pare
2. la donna mia quand’ella altrui saluta,
3. ch’ogne lingua deven tremando muta,
4. e li occhi no l’ardiscon di guardare.

5. Ella si va, sentendosi laudare,
6. benignamente d’umiltà vestuta;
7. e par che sia una cosa venuta
8. da cielo in terra a miracol mostrare.

9. Mostrasi sì piacente a chi la mira,
10. che dà per li occhi una dolcezza al core,
11. che ‘ntender non la può chi no la prova;

12. e par che de la sua labbia si mova
13. uno spirito soave pien d’amore,
14. che va dicendo a l’anima: Sospira.

Parafrasi affiancata

1/2. La mia donna appare tanto nobile (s’intende la nobiltà d’animo che si riflette sul decoro esterno della persona) e onesta (anche qui come per “nobile” s’intende decoro esteriore), quando saluta la gente,
3. tanto che tutti fanno silenzio
4. e gli occhi non osano guardarla.

5. Ella procede, sentendosi lodare,
6. con l’apparenza esterna di cortese benevolenza
7. e pare sia una creatura discesa
8. dal cielo sulla terra per mostrare la potenza divina.

9. Si mostra così bella a chi la guarda,
10. che tramite gli occhi trasmette una dolcezza al cuore
11. che chi non la prova non può capire

12. e sembra che dal suo volto provenga
13. un soave spirito d’amore
14. che dice all’anima: Sospira.

Parafrasi discorsiva

La mia donna appare tanto nobile (s’intende la nobiltà d’animo che si riflette sul decoro esterno della persona) e onesta (anche qui come per “nobile” s’intende decoro esteriore), quando saluta la gente, tanto che tutti fanno silenzio e gli occhi non osano guardarla. Ella procede, sentendosi lodare, con l’apparenza esterna di cortese benevolenza e pare sia una creatura discesa dal cielo sulla terra per mostrare la potenza divina. Si mostra così bella a chi la guarda, che tramite gli occhi trasmette una dolcezza al cuore che chi non la prova non può capire e sembra che dal suo volto provenga un soave spirito d’amore che dice all’anima: Sospira.

Figure retoriche

  • Endiadi vv. 1-2: “Tanto gentile e tanto onesta pare”
  • Iperboli vv. 3-4-: “ch’ogne lingua deven tremando muta,(da considerarsi come una metafora iperbolica)/e li occhi no l’ardiscon di guardare.”
  • Metafora v. 6: “d’umiltà vestuta”
  • Perifrasi vv. 7-8: ”cosa venuta/ da cielo in terra a miracol mostrare” = angelo, creatura angelica
  • Similitudine vv. 7-8: “e par che sia una cosa venuta/da cielo in terra a miracol mostrare”
  • Allitterazioni vv. 1-2; 8-9 : “Tanto gentile e tanto onesta pare/la donna mia quand’ella altrui saluta“; “da cielo in terra a miracol mostrare./Mostrasi sì piacente a chi la mira,”
  • Sineddoche v. 12: ” labbia” per intendere “volto”
  • Enjambements vv. 1-2; 7-8; 12-13
  • Poliptòto vv. 8-9: “mostrare/mostrasi”
  • Paronomasia vv. 6-7: “vestuta/venuta”

Commento

Tanto gentile e tanto onesta pare fa parte del prosimetro (un genere che unisce parti in prosa a parti in poesia) della Vita Nova. Il sonetto è uno dei più importanti componimenti dell’intera raccolta e rientra nelle cossiddette rime in lode a Beatrice (che si rifanno spesso alla maniera del capostipite degli stinolvisti Guido Guinizelli).

Per comprenderlo al meglio, bisogna necessariamente ricondurlo alla corrente letteraria nata in Italia nel XIII sec. e che prende il nome di dolce stil novo (o stilnovismo) che fa capo alla produzione giovanile di Dante. Concetto fondamentale dello Stilnovo, ripreso anche in questo sonetto, è l’idea che identifica la nobiltà (nel v.1 “gentil” sta appunto per “nobiltà”) con la virtù, e l’amore con la gentilezza. L’amore diventa dunque nello Stilnovo una sorgente di perfezione morale e di elevazione a Dio per mezzo della figura della donna-angelo, ed è, evidentemente, la tematica fondamentale della corrente e del componimento qui preso in esame.

Nel v. 2 , Dante si riferisce ovviamente a Beatrice (nella realtà Bice di Folco Portinari), in quanto la Vita Nova tutta parla, sintetizzando, della storia d’amore ideale di Dante per Beatrice. L’iperboli del vv. 3-4 connotano anche da un punto di vista esteriore la perfezione estetica e morale che la bellezza della donna emana; e la sua natura angelicata viene successivamente confermata dalla similitudine dei vv.7-8.

Nella due terzine che chiudono il componimento, come ho anticipato parlando in generale dello stilnovo, è evidente la funzione salvifica della donna. La visione della stessa, infatti, è in grado di introdurre nell’animo umano il sentimento amoroso che fa tutt’uno, come già detto, con la nobiltà. Da notare nel v.10 (“che da’ per li occhi una dolcezza al core,”) è la funzione degli occhi che trasmettono la dolcezza nel cuore degli osservatori. È un altro di quei tòpoi (luoghi ricorrenti) propri dello stilnovo.

Da un punto di vista propriamente linguistico, il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, pur sembrando di immediata comprensione, nasconde non poche insidie per un lettore moderno che potrebbe incorrere in errori di “traduzione” e comprensione linguistica. A parte vari termini arcaici come “ogne”, “deven”, “lauda”, “vestuta”, “spirto”, le difficoltà che possono incontrarsi riguardano anche quei vocaboli che sembrano essersi mantenuti identici nella nostra lingua. Come si intuisce già dalla parafrasi non è così. “gentile” equivale a nobile, nel senso stilnovistico di nobiltà d’animo, “pare” vuol dire appare (si manifesta in maniera evidente), mentre per “donna” s’intende “signora del cuore”. Ancora da notare, per quanto riguarda il piano stilistico è che lo Stilnovo (e dunque questo componimento) è raffinamento di stile e di forme; ogni parola ci trasporta in un mondo ideale e raffinato mai toccato dalla corporalità. La lingua è piana e delicata.

“Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Trama

La casata dei Salina, e in particolare la figura del Principe Don Fabrizio, è la prospettiva da cui vengono guardati i mutamenti portati in Sicilia dalla discesa dei Mille e dall’Unità d’Italia. Il Principe è fiducioso di poter mantenere intatti i propri privilegi sociali, economici e territoriali: si dimostra benevolo verso il rinnovamento, nel tentativo di non esserne travolto. Nessuna rivoluzione fa una comparsa burrascosa a villa Salina di Palermo o del possedimento feudale di Donnafugata. È possibile continuare a dedicarsi ai passatempi preferiti, come la caccia o l’astronomia, e a tessere i propri interessi: è quanto Don Fabrizio fa chiedendo per il nipote la mano di Angelica e procurandogli la buona dote offerta dal sindaco Don Calogero. Il Principe, risoluto a non intaccare le proprie abitudini aristocratiche, non riesce a trovare nella nuova Italia un ambiente a lui favorevole. Mentre Tancredi a Angelica sapranno sfruttare il cambiamento diventandone partecipi, le discendenti di casa Salina rimarranno bloccate in un immobilismo improduttivo.

Personaggi

  • Don Fabrizio è il patriarca della casata dei Salina. A quarantacinque anni la sua presenza fisica è degna di nota: senza essere grasso è «immenso e fortissimo». Tutti lo ammirano, lo rispettano, lo temono. Insieme all’attenta e lucida supervisione di quanto gli appartiene – denaro, territori e relazioni sociali – la sua logica si esprime con un’insolita inclinazione verso la matematica e con una passione per l’astronomia. Non esita a intercalare la relazione con la moglie Maria Stella con qualche «avventura galante di basso rango».
  • Padre Pirrone è il sacerdote di casa Salina. Accompagna la famiglia nelle preghiere quotidiane, ricorda soprattutto a Don Fabrizio la necessità di confessarsi ed è pronto ad ascoltare e consigliare tutti i Salina. Uomo di origini umili e campagnole, cresciuto però in condizioni economiche relativamente buone, è entrato in seminario a sedici anni. Ha un carattere disponibile, paziente, ma non brillante come quello del Principe.
  • Tancredi Falconieri è figlio ventenne della sorella del Principe e a lui è stato affidato alla morte dei genitori. Le sue condizioni economiche sono precarie e si trova a gestire un patrimonio male amministrato e ormai ridotto all’osso, scialacquato dal padre; supplisce però alle difficoltà con la sua prontezza e lungimiranza. Nonostante l’insolenza che Tancredi, Don Fabrizio «senza confessarlo a se stesso avrebbe preferito aver lui come primogenito», ritenendolo più simile a sé di quanto non fossero i suoi propri figli.
  • Don Calogero Sedàra è il sindaco di Donnafugata, un possedimento dei Salina. È un personaggio ricco e influente sul paese da lui amministrato, dove lo si considera «intelligente come il diavolo». Si dimostra rozzo e avaro, ma, calcolatore, sa spendere nelle occasioni da lui considerate utili. È sposato con Bastiana, una donna rustica al cui fianco si rifiuta di apparire. Alle sue prime comparse nel romanzo indossa vestiti eleganti, ma solo lentamente riuscirà a servirsene per apparire nobilitato.
  • Angelica Don Calogero compare ad un pranzo presso i Salina accompagnato dalla figlia Angelica. Al presentarsi della ragazza, «la prima impressione fu di abbagliata sorpresa»: con la sua statura slanciata, con il fascino dei i capelli mori e degli occhi verdi riesce a mettere in ombra alcuni piccoli difetti fisici. È una ragazza vivace, ma avendo studiato in collegio a Firenze ha acquisito un tono raffinato: è orgoglio del padre e figura capace di destare la curiosità di chiunque, avendola conosciuta da bambina, la trova straordinariamente cambiata.
  • Riassunto

    Maggio 1860. Nella villa dei Salina vicino a Palermo un’aria di turbamento modifica la vita di tutti i giorni. I membri della nobile casata avvertono l’irruzione della storia nel loro privato, come simboleggia il ricordo di un soldato trovato «sbudellato» nel giardino della villa o la tensione di un «cattivo» e inusuale congedo in un incontro del Principe con il re Ferdinando. A Caserta quest’ultimo aveva rivolto al suo interlocutore l’invito ad essere un tutore maggiormente responsabile, a far mettere la testa a posto al nipote Tancredi, apparentemente immischiato con i piemontesi.
    La sensazione di trovarsi ad uno snodo storico importante appartiene ormai al senso comune e l’interrogativo sulla successione al re è diventato un tema su cui incedono le chiacchiere. Si contempla ormai anche in Sicilia la possibile successione del Galantuomo Piemontese o, addirittura, il rischio di una repubblica.

    A confermare i timori del re, quando Tancredi fa la sua prima apparizione sulla scena è per avvertire il principe della sua imminente partenza. Il ragazzo è risoluto a prendere parte alle «grandi cose» che si stanno preparando. Davanti all’evidente capovolgersi della situazione politica Tancredi rifiuta di farsi da parte; del resto, restando a casa, sceglierebbe per sé, aristocratico, una posizione abbastanza rischiosa. È il giovane a chiarificare allo zio la necessità di assecondare i mutamenti storici per evitarne il dilagare in esiti ingestibili. È lui a pronunciare la sentenza rimasta emblematica: «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

    La posizione di Don Fabrizio, nel mentre, gli permette di entrare in contatto con esigenze e punti di vista opposti: chi confida nel cambiamento come un mezzo per raggiungere libertà, sicurezza, tasse più leggere; chi, come Padre Pirrone, teme un accordo dei monarchici con i liberali considerandolo dannoso per la Chiesa.

    Il Principe appare convinto di come, pur davanti a cambiamenti senza precedenti, lo status dei privilegi e della struttura feudale possa rimanere immutata o essere solo marginalmente scalfita. «Ce ne vorranno di Vittori Emanueli per mutare questa pozione magica che sempre ci viene versata!»: questo è il pensiero con cui si consola, con cui si fa forza per guardare allo sbarco dei garibaldini con un ottimismo e un distacco condivisi da pochi.

    Agosto 1960. Lasciando Palermo per Donnafugata, Don Fabrizio non può che confermare l’esattezza delle proprie previsioni. A villa Salina, infatti, i Piemontesi si erano presentati, «se non addiruttura col cappello in mano come era stato predetto, per lo meno con la mano alla visiera» e un generale toscano sui trent’anni era stato l’ospite di serate cordiali.

    All’arrivo nel loro feudo rurale i Salina trovano ad attenderli un mondo immutato, dove i fatti politici nazionali sembrano riecheggiare soltanto in scritte ormai sbiadite tracciate mesi prima sui muri delle case.

    Un indizio di cambiamento non può però essere ignorato se, durante il pranzo ufficiale di benvenuto, dal carattere tipicamente solenne, il sindaco Don Calogero si presenta vestito con un frack, abito rozzo ma insolitamente pretenzioso. È questo dettaglio a suscitare nel Principe «un effetto maggiore del bollettino dello sbarco a Marsala». Nella stessa occasione compare per la prima volta Angelica, destando in tutti i presenti, e soprattutto in Tancredi, una notevole impressione.

    Ottobre 1860. Don Fabrizio riceve una lettera in cui il nipote, di cui pure era innamorata sua figlia Concetta, esprime il suo amore per la bella Angelica.

    Mentre si prepara a chiedere per lui la mano della ragazza, il Principe ha l’occasione di verificare nuovamente «la stupenda accelerazione della storia» andando a caccia con Don Ciccio Tumeo. Con l’uomo di umili origini si confronta sul tema del Plebiscito in cui anche gli abitanti di Donnafugata erano stati chiamare a votare e sull’evidente broglio elettorale macchinato per garantire il già certo successo del sì all’annessione.

    Quando il Principe incontra Don Calogero per parlare del matrimonio dei due giovani, la risposta del sindaco si esprime ricca di sentimentalismi e di fiducia nell’amore, ma arriva veloce al tema della dote e delle implicazioni economiche.

    Novembre 1860. Il fidanzamento di Angelica e Tancredi procede seguendo i rigidi passaggi imposti dall’etichette e il Principe non può trattenere una «curiosa ammirazione» per il cambiamento di Don Calogero, vagamente nobilitato dal contatto con un’aristocrazia. Nella prospettiva del matrimonio imminente i due giovani passano intanto ore nelle stanze deserte, impolverate e ormai praticamente sconosciute di villa Salina.

    La normalizzazione della situazione politica viene espressa dalla testimonianza di come i garibaldini siano ormai diventati esercito regio e da una visita da Girgenti. Il cavaliere Aimone Chevalley di Monterzuolo, si reca a Donnafugata per discutere con Don Fabrizio questioni relative al governo e per proporgli di entrare in Parlamento. Se il principe avrebbe accettato un semplice titolo onorifico, questi rifiuta tuttavia una suo più attivo coinvolgimento alle sorti del regno, riflettendo su come adesione non significhi partecipazione.

    Febbraio 1861. La narrazione indugia sul ritorno a casa di padre Pirrone, in occasione dei quindici anni della morte del padre. Il sacerdote può intervenire per aiutare la sorella Sarina e la famiglia di lei. La nipote di padre Pirrone era infatti rimasta incinta, e la famiglia del padre del bimbo non era disposta a scendere a patti per tutelare l’onore della ragazza; l’intervento del sacerdote può però verificare come un accordo si potesse facilmente raggiungere con la cessione in dote di un’ambita porzione di terreni. Novembre 1962. In occasione di un ballo a palazzo Ponteleone, cui partecipa tutta la famiglia, il Principe, leggermente nauseato, ha l’occasione di constatare l’inconsistenza del colonnello Pallavicino, «quello che si è comportato tanto bene in Aspromonte». Per Don Fabrizio l’unica distrazione della serata è costituita da una mazurka ballata con Angelica, raggiante di una felicità da cui l’anziano patriarca sembra essere escluso.

    Luglio 1883. Don Fabrizio muore in una stanza d’albergo a Napoli il cui balcone si affaccia sul mare. È circondato dalla sua famiglia e sono presenti anche Tancredi e il figlio di lui Fabrizietto.

    Maggio 1910. Le figlie Salina, rimaste nubili, devono subire un ennesimo scacco con l’ispezione alla cappella familiare, i cui «tesori», voracemente accumulati, vengono dichiarati privi di valore come reliquie. L’atmosfera in villa Salina viene momentaneamente movimentata dall’arrivo in automobile della Principessa Angelica, vitale ed energica nei preparativi per i festeggiamenti dei cinquant’anni dalla spedizione dei Mille.

    Commento

    Il Gattopardo si pone, con caratteristiche autonome, nel solco del romanzo storico ottocentesco e della narrativa siciliana post-risorgimentale. Guardando ad un filone che va dai Viceré di De Roberto a I vecchi e i giovani di Pirandello, propone uno spunto di «riflessione sulla funzione del romanzo una volta esauritasi la spinta neorealistica, sul rapporto fra narrativa, ideologia e storia»1. L’opera riesce così ad affiancare al giudizio disincantato sul Risorgimento italiano un ampliamento di prospettiva ideologica: permette una riflessione sul presente e contribuisce ad infliggere una «pugnalata mortale nel corpo ormai esangue del Neorealismo»2.

    In questa cornice la figura di Don Fabrizio appare da subito nella propria singolarità: si pensi alla sua statura imponente, ma anche alla cura dell’autore nello specificare, parlando della sua predisposizione alla matematica, come egli fosse «primo (ed ultimo)» del casato ad avere confidenze con i numeri. La particolare lungimiranza di Don Fabrizio, la sua capacità di discostarsi dal comune e chiuso atteggiamento aristocratico e di osservare con distacco gli avvenimenti nazionali, sottolineeranno lo scacco da lui subìto rimanendo escluso dagli effetti positivi della creazione del Regno d’Italia.

    «Il punto di vista di un gran signore scettico»3, su cui lungamente si focalizza la narrazione, agisce spesso da contrappeso nei confronti del senso comune. La narrazione risulta così basata sull’alternanza di lucidità e dubbio, chiarezza e incomprensione. Inizialmente si percepisce una difficoltà a inquadrare i fatti cui si assiste, la sensazione di qualcosa di stridente nell’interpretazione della cronaca. In altri momenti la verità viene presentata, a dispetto dell’apparenza complessa, nel suo aspetto semplice e univoco, spesso spiacevole, esprimibile con sentenze pungenti. Viene ad esempio dichiarato come il cambiamento della casa reale porterebbe come unica conseguenza «dialetto torinese invece che napoletano; e basta».

    La contemplazione di una verità storica è per i protagonisti tutt’altro che definitiva: Don Fabrizio, illeso dopo il momento più burrascoso verificatosi con l’arrivo dei garibaldini, vede tuttavia il proprio potere travolto dal confronto con la dimensione politica e sociale del nuovo Regno.

    Egli stesso offre la dimostrazione dell’impossibilità di sottrarsi al cambiamento storico. È significativo come siano le stesse parole del Principe a scalfire la sua immagine di signore feudale. «Il Principe che aveva trovato il paese immutato venne invece trovato molto mutato lui che mai prima avrebbe adoperato parole tanto cordiali; e da quel momento, invisibile, cominciò il declino del suo prestigio»: così Tomasi di Lampedusa commenta la decisione di estendere un invito per il dopo pranzo a «tutti gli amici» che avevano accolto i Salina all’arrivo a Donnafugata. Da qui comincia un declino reso ancora più visibile dal confronto con la sorte brillante di Tancredi e Angelica. Ma non risulta compromessa solo la sorte dei Salina e dello stesso autore, di cui Don Fabrizio è un’«evidente proiezione»4: appaiono chiaramente intaccati i presupposti di crescita dello Stato italiano, in particolare «una neonata, la buonafede; proprio quella creaturina che si sarebbe dovuta curare». Lo dimostrano i brogli elettorali in occasione del Plebiscito, in cui le poche voci dissonanti vengono ignorate e inghiottite.

    Lo stesso Giuseppe Tomasi di Lampedusa, aspettando la pubblicazione del romanzo alla quale però non riuscirà ad assistere, commenta inoltre come la crisi descritta nell’opera «non è detto sia soltanto quella del 1860»5. L’esito della vicenda è legato al suo scontrarsi con l’incapacità dell’atteggiamento siciliano di modificarsi, di crescere con il mutare dell’ambiente circostante. Sono sì descritti eventi storici assolutamente unici e peculiari, ma, sullo sfondo, «la Sicilia è quella che è; del 1860, di prima e di sempre»6. Lo stesso Don Fabrizio, rifiutando la proposta di entrare in Parlamento, dà un’amara conferma di un simile immobilismo: «in Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare».


    • 1 E. Bacchetti, La narrativa dal Quarantacinque agli anni Settanta, in Storia letteraria d’Italia. Il Novecento, a cura di A. Balduino, vol. XI tomo 2, Piccin Nuona Libraria, 1993 Padova, p. 1465.
    • 2 Ivi.
    • 3 G. Contini, Letteratura dell’Italia Unita, 1861 – 1968, Bur, Milano, 2012, p. 1031.
    • 4 Ivi.
    • 5 “Lettera di Tomasi di Lampedusa al barone Enrico Merlo di Tagliavia”, 30 maggio 1957, in Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 9.
    • 6 Ivi.

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