rss

Saggio critico: “Figure genitoriali in Virginia Woolf e Gadda” Parte Sesta

Saggio critico: “Figure genitoriali in Virginia Woolf e Gadda” Parte Sesta

VN:F [1.9.7_1111]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Così, diciamolo con Gide, «mi aggrappo a questi fogli come alcunché di fisso tra tante cose sfuggenti»57.


Questo tratto, di cui parlavamo prima, trasposto in letteratura (o in pittura o in musica) di cui si parlava prima, può infatti (e lo è il più delle volte) essere un’ossessione, una paura, una delusione, qualcosa di cui si ha il bisogno di liberarsi.


Scrivendo questo accade nella Woolf: il padre torna come un contemporaneo, cioè qualcuno “come lei”, della sua misura, qualcuno al quale non si sente più inferiore, che non può farle male, che non l’ossessiona più. Diventa solo un pensiero, qualcosa di molto più gestibile.


Prima, parlando del sogno, si era detto con Bottiroli che «il sogno è la realizzazione in forma allucinatoria di un desiderio»58, quindi che durante il sogno quel desiderio represso e quel frustrante controllo che va sempre esercitato su quel desiderio inappagato trovano spazio e il desiderio “si avvera” (nel sogno, almeno).


Lo stesso avviene con la scrittura. Se, infatti, si riesce a incanalare la paura, la frustrazione, l’ansia, il terrore, i genitori e quello che sono lì, nel foglio scritto; se si riesce a far passare tutte queste cose da un certo punto di noi in cui sono, alla penna, fino al foglio scritto (e da scrivere); ebbene, quello è un “terreno di gioco” già più neutro, una strada più praticabile e, chissà, forse in quel terreno siamo un pochino in vantaggio. Scrivere allora come terreno di rifugio, pista d’atterraggio da quella “scarica di mitra”59 che ci stava piovendo addosso, e poi ripartire: dalla pista d’atterraggio, infatti, gli aerei, dopo un po’, ripartono. Certo, «la pista, come ogni nuova esperienza, è […] promettente e rischiosa al tempo stesso; non siamo ancora in grado di prevedere dove ci condurrà, ma non possiamo fare a meno di imboccarla»60.


«Nulla eguaglia il silenzio», dice la Woolf in Jacob’s room. «Io posso distinguere venti suoni differenti in una notte come questa, senza contare le vostre voci»61. È vero, a volte è necessario il silenzio, è fondamentale tacere: il silenzio e la solitudine sono, talvolta, essenziali per la scrittura. Silenzio necessario, dunque, quanto scrivere, e scrivere del padre.


«Ma scrivere di lui era necessario», ha detto infatti la Woolf. «Ci sono cose che non si possono esprimere. Bisogna sbarazzarsene. Asciugarsi e appigliarsi al primo motivo che si presenta»62; e probabilmente scrivere del padre era necessario per questo: per sbarazzarsi da quell’immagine ingombrante, perché era l’unico modo per affrontarlo: guardare in faccia quella paura, il padre reale che lei non può controllare, e trasporlo nella finzione, scrivere di lui ciò che si vuole. In fondo, se ci si pensa, la paura è qualcosa che non si riesce a controllare, che prende il sopravvento su di noi. Scrivendo del padre, probabilmente la Woolf è riuscita a ottenere questo controllo: il personaggio nel romanzo, infatti, dice, pensa e fa quello che lei decide; è sicuramente più gestibile del padre in carne e ossa. Bisogna insomma scrivere per quel meccanismo che permette di «rimuovere, negare, superare, esplicitare o approfondire quel trauma, convertendolo in un residuo inerte»63.


Tuttavia, «la reminescenza letteraria non basta ad attenuare e a disinnescare la tremenda energia distruttiva dell’evocazione»64. Ricordare non basta, scrivere forse neppure: una volta affiorata, capita, una volta che la paura si definisce davanti a noi; una volta che guardiamo in faccia “quell’altissima donna nera” bisogna gestirla quest’immagine. Fare in modo che non ferisca più, di non esserne più succubi. Non ricevere, quindi, quegli attacchi della realtà al nostro ‘povero cuore’ indifeso di cui parlavamo prima.


E una volta gestita l’immagine bisogna affrontarla; e per affrontarla ci vuole coraggio. Innanzitutto, secondo me, il coraggio di essere quello che si è; esserlo per davvero; andare là dove è il nostro sogno e diventarlo.


C’è un’immagine che mi ha sempre fatto riflettere in questo senso: Cosimo Piovasco di Rondò, il Barone Rampante. Io sono profondamente convinta che se Cosimo non fosse mai salito su quell’albero o se fosse sceso, non sarebbe stato lo stesso. Cosimo è se stesso perché quel giorno ha rifiutato le lumache ed è salito su quell’albero annunciando a tutti che non sarebbe mai più sceso («”E io non scenderò più!” E mantenne la parola»65), e così ha fatto. Il suo sogno probabilmente stava lì.


Cosimo “in terra” non è lo stesso Cosimo. E così è per Don Chisciotte che se non fosse partito per combattere con dei mulini a vento, non sarebbe stato lo stesso. Così è per Romeo e Giulietta ai quali forse sarebbe andata meglio se non si fossero mai conosciuti, ma è davvero così? Sarebbero davvero stati loro? Li avremmo conosciuti? E ora, li riconosceremmo?


«Leggerò Proust, credo. Voglio andare indietro e avanti»66, scrive di nuovo la Woolf e, non è per nulla casuale credo, che lo scriva proprio poche righe dopo la frase citata all’inizio: la sua pagina di Diario del 28 novembre: il compleanno del padre.


Ecco come si affronta la paura, come si trova il coraggio di salire su un albero e non venir gettati a terra ma andarsene in mongolfiera; ecco come è possibile placare quei fantasmi: andando indietro e avanti. «Avanti e indietro scorreva il suo animo»67; tornava indietro, quindi, alle scaturigini della paura, al punto in cui qualcosa si è rotto e tutto è iniziato; e poi andava avanti: si torna indietro per andare avanti; si ricorda non per conservare il ricordo inscatolato, ma per aprire la scatola e darle luce. Si parte, lo dicevamo prima, si torna e si continua di nuovo perché, ‘è finita’, si può dirlo solo alla fine. E, soprattutto, ‘andrà tutto bene alla fine’ significa che, se ora non va tutto bene, non è ancora la fine.

>Vai all’Apparato di note

<Torna alla Parte Quinta

Foto in apertura di Fabio Bruna




Questo testo è rilasciato sotto la licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia License.

About Valentina Corbani

Laureanda in Lingue e letterature straniere moderne presso l'Università di Bologna. Collabora anche con la rivista letteraria Progetto Babele, dove scrive soprattutto articoli di critica letteraria.

Lascia un commento

About

Tweet fareLetteratura.it nasce da un’idea ambiziosa: quella di porre ordine e chiarezza nel web per quel che concerne il materiale relativo alla letteratura italiana e non solo. La genesi del sito deriva infatti da una considerazione generale, quella che vede internet come come fonte privilegiata di divulgazione, anche a fronte...

Per saperne di più »

Ci trovi su

  • twitter
  • facebook

Partner

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001