Il male di vivere: Montale, Proust, Leopardi – Parte Terza

Il male di vivere: Montale, Proust, Leopardi – Parte Terza

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“Amore mio, tu sei presente” scrive Nabokov, e quell’ “amore mio” è presente, sta nel sogno, nel ‘povero cuore’ di Leopardi e nel ‘tempo ritrovato’ di Proust. Quell’ “amore mio” che Nabokov scrive anni dopo Proust e Leopardi è quello davanti alla cui maestà si sta come davanti alle rose del Bengala, come davanti a un ‘povero cuore’ malandato.


Ma che cos’è l’essenziale? Che cos’è il sogno?, ci si era chiesti prima. Che cosa si sogna?, ci si poteva invece chiedere; ed ecco, la risposta è arrivata da sé, senza necessità di porre la domanda. Questo si sogna: l’ “amore mio” di Nabokov, “la bella imago”10 di Leopardi; e come si sogna? Soli, abbiamo detto, ma per necessità. Quando si sogna – soli come Marlow – si è soli perché soltanto così si sta nel nostro sogno, davanti alle rose del Bengala, a un ‘amore’ o a ‘un povero cuore’.


Prima parlando del sogno si è parlato di ‘attimi’e ‘momenti’, perché? Perché un sogno non può durare di più? C’è un aspetto tremendamente pericoloso nel sogno: la sua dimensione d’irrealtà. Una delle sue caratteristiche rilevate da Bertoni è, infatti, il fatto che “il sogno disgrega il soggetto”, lo spartisce, e questo non può durare più d’un attimo.


Attimo è il tempo giusto per far durare un sogno: infatti l’attimo, come il sogno, non è definito; quanto dura un attimo nessuno può dirlo e quindi non risponde, l’attimo, al nostro tempo, non segue questa realtà e, proprio come il sogno, anche nell’attimo c’è un oblio, un dimenticarsi del mondo. Tuttavia, non ci si può dimenticare del mondo per più d’un attimo; è pericoloso il contrario.


La letteratura, come il sogno, ha senz’altro un forte potere terapeutico (vedi saggio n. 6) ma, al tempo, pericoloso. Permanere più d’un attimo nel sogno, in quell’altro mondo non “meno o pi reale di questo, soltanto diverso”11, può però voler dire estraniarsi a tal punto dalla realtà da non riconoscersi più alla fine del viaggio. “Il ritorno del viaggiatore”12 è essenziale tanto quanto la sua partenza.


Insomma, alla fine di un viaggio, di un sogno, di una lettura o della scrittura del romanzo bisogna tornare. Ritornare, quindi, a questa realtà nemica, non per ricevere indifesi i suoi attacchi al nostro ‘povero cuore’, ma certi che ora, alla fine del viaggio, il viaggiatore, il sognatore è tornato forte del suo sogno e sa, magari, in qualche modo, tenere a debita distanza, non lasciarsi del tutto invischiare, infangare dalla realtà.


Sa il sognatore di ritorno che c’è un’altra realtà, altri mondi possibili tanto quanto i suoi sogni; ora sa che esiste un posto dove vivere non fa paura, dove non si sente affatto quel ‘male di vivere’ di cui si parlava. Conosce, forse, ora il sognatore che ritorna qualcosa che prima non aveva assaporato (non poteva) in questa misera realtà: il gusto di vivere.


Questo settimo – e penultimo – breve saggio, allora, termina con un mio augurio per voi che state leggendo e, quindi, in qualche modo, siete ‘partiti’: io, che tante volte sono partita ma non l’ho ancora trovato, vi auguro di essere più fortunati, e alla fine di qualunque viaggio, al capolinea di qualsiasi sogno, lì dove state fissi davanti a qualunque amore il vostro ‘povero cuore’ provi; io vi auguro di trovare il gusto di vivere e, una volta trovato, sappiate che il viaggio non sarà stato vano.

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Foto in apertura di sara|b




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About Valentina Corbani

Laureanda in Lingue e letterature straniere moderne presso l'Università di Bologna. Collabora anche con la rivista letteraria Progetto Babele, dove scrive soprattutto articoli di critica letteraria.

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